Don Alessio Albertini racconta la partecipazione di una delegazione ambrosiana ai JPII Games a Betlemme e Gerusalemme

di Mauro COLOMBO

JPII Games_2011

Un pellegrinaggio di fede, sport e pace in Terrasanta in onore di Giovanni Paolo II. Sono stati giornate cariche di emozione quelli della delegazione ambrosiana che in settimana si è recata a Betlemme e Gerusalemme per partecipare ai JPII Games, la manifestazione sportiva nata per ricordare Giovanni Paolo II e per rilanciare il valore della pace in quelle terre.

«Molti di noi vedevano quei luoghi per la prima volta – racconta don Alessio Albertini, responsabile della Commissione diocesana sport che ha guidato il gruppo -. Nei loro occhi c’erano lo stupore e l’incanto di chi vive un’esperienza di pellegrinaggio, preghiera e riflessione molto intensa». Dai luoghi della Natività a quelli della Passione: «Abbiamo effettuato tutti i trasferimenti a piedi: dall’Orto degli Ulivi al Santo Sepolcro, al Cenacolo. Ma oltre alla fatica nelle gambe c’era anche il desiderio di cogliere appieno il fascino di un Dio che si fa uomo nella storia dell’uomo». Nel loro percorso gli ambrosiani sono entrati in contatto anche con i luoghi-simbolo delle altre religioni monoteiste: «Abbiamo ammirato dall’esterno le moschee e siamo giunti al Muro occidentale proprio al termine della festa del sabato: un momento estremamente suggestivo».

Accanto al pellegrinaggio, le manifestazioni sportive: «La maratona tra Betlemme e Gerusalemme è stata davvero coinvolgente, a partire dal ritrovo mattutino davanti alla Basilica della Natività, caratterizzato da feste, canti e incontri con sportivi conosciuti e popolari. Poi tutto il gruppo – compreso chi inizialmente non se la sentiva di correre – ha compiuto l’intero percorso di 13 km fino a Gerusalemme». Al check-point si è giocata una particolarissima partita di calcio: «Proprio davanti a un luogo portato a dividere e separare, il pallone ha invece unito. Italiani, israeliani, palestinesi: c’erano proprio tutti, a provare a superarsi, com’è nella natura dello sport, ma in un clima di grande concordia…», racconta don Alessio.

Una settimana straordinaria, dunque; ma che cosa conservarne poi nella quotidianità ordinaria? «Prima di tutto un notevole entusiasmo, da trasmettere ad altre persone per far sorgere in loro il desiderio di partecipare alla prossima edizione. In secondo luogo l’idea che si può essere cristiani nello sport non solo attraverso i segni, ma soprattutto traducendo la fede in atti concreti: come Gesù dialogava con tutti senza distinzioni, anche lo sportivo deve sapere incontrare e rapportarsi con chiunque, a prescindere dalla razza e dal talento agonistico; confrontandosi, sì, ma nello stesso tempo comportandosi da uomo di pace. Dal punto di vista pastorale, infine, il richiamo al fatto che il cristiano nello sport non è esente da gesti come la preghiera, la messa o la lettura del Vangelo».

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