Quarto successo in Confederation Cup, la Coppa Davis rosa. Il segreto?
L’amicizia che le lega in campo e soprattutto fuori

di Leo GABBI

tenniste

Mai il tennis italiano ha potuto contare su una squadra femminile così forte, così tecnicamente attrezzata e soprattutto agguerrita dal punto di vista del carattere. Ma dietro al quarto successo in Confederation Cup, la Coppa Davis rosa, delle nostre azzurre, c’è soprattutto un segreto: l’amicizia che le lega in campo e soprattutto fuori. Basta vedere come le ragazze hanno voluto a tutti i costi che al loro trionfo partecipasse anche Francesca Schiavone, che alla vigilia, aveva declinato l’invito a gareggiare, ma poi da vera passionale, è stata vicinissima alle sue amiche, tifando come una forsennata per tutti i match.

Con la Russia è finita con un 4-0 senza storia, nel delirio dei cinquemila tifosi cagliaritani e con il dream team che ha dominato dal primo all’ultimo set la squadra avversaria, peraltro imbottita di riserve. Decisiva per la quarta coppa in otto anni, la vittoria in 2 set di Sara Errani contro Alysa Kleybanova mentre Flavia Pennetta e Karin Knapp hanno completato la festa azzurra superando nel doppio Irina Kromacheva e Margarita Gasparyan. Ma al di là di quest’ultimo successo, quello che conta è che questo ciclo, dopo sei anni e con giocatrici ormai approdate alla piena maturità, sembra ancora poter scrivere pagine importanti.

L’onda lunga era iniziata nel 2006 in Belgio, poi arricchita anche dalle performance delle ragazze nei vari Slam, con la Schiavone dominatrice del Rolland Garros 2010, la Pennetta prima italiana nella top 10 mondiale e il doppio Errani-Vinci a cogliere successi su ogni superficie e in ogni angolo del pianeta. E poi c’è Corrado Barazzutti, grande solista da fondo campo, che negli anni Settanta fu uno dei 4 moschettieri che portò in Italia l’unica Davis maschile, battendo il Cile di Pinochet e le polemiche che accompagnarono quella trasferta. Introverso e con un carattere non facile, in pochi avrebbero pronosticato un suo futuro radioso sulla doppia panca delle nazionali azzurre. Invece, ha già collezionato una trentina di presenza da ct tra Davis e Fed Cup ed è diventato un personaggio fondamentale sia negli spogliatoi che in campo, capace di dare consigli preziosi, ma anche di spronare le ragazze al momento giusto. Lui si schernisce, attribuisce alle sue tenniste tutti i meriti («Hanno riscritto la storia di questo sport in Italia») ma a livello carismatico è stato decisivo, un po’ come per lui, Panatta, Bertolucci e Zugarelli fu la figura del capitano non giocatore Nicola Pietrangeli durante l’epopea dei trionfi azzurri maschili.

Già, gli uomini: Barazzutti è chiamato ora a trascinare anche loro a un risultato, dato che ormai, a parte il trionfo in Davis del 1976, sono anche 37 anni che un tennista italiano non si aggiudica un torneo del Grande Slam (l’ultimo fu Panatta al Roland Garros). Per chi vide quella grande squadra e accompagnò con i suoi scritti la grande esplosione del tennis da sport di élite a fenomeno di massa, è ancora inspiegabile che a livello italiano, i maschi non abbiamo più fatto bingo. Da Canè a Nargiso, fino a Fognini e Seppi, siamo sempre in perenne attesa, come in una sorta di “deserto dei Tartari” sotto rete. Il prossimo confronto con l’Argentina dovrà dirci se ci sono stati passi avanti e se la forbice, oggi enorme, con il movimento rosa, potrà un giorno essere colmata.

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