Con la sua Fondazione il campione svizzero di tennis finanzia progetti per l’infanzia in difficoltà

di Leo GABBI

Roger Federer

Un amico intimo lo definisce «un uomo distrutto»: così la parabola di quell’Oscar Pistorius, atleta tra i più osannati del mondo, paladino della normalità nelle diversità, colui che prima dell’omicidio della fidanzata Reeva Steenkamp era citato come esempio per aver accorciato le distanze tra portatori d’handicap e normodotati, un vero simbolo per tutta l’Africa. Aver distrutto questo grande patrimonio di credibilità è forse la cosa peggiore, naturalmente dopo la perdita di una vita umana. Perché mina alla radice un’immagine in cui si specchiavano tantissimi ragazzi con problemi fisici, che in lui vedevano l’uomo del riscatto.

Per fortuna il Sud Africa, teatro di questa assurda tragedia, vive nelle stesse ore dello slancio e della generosità di un altro campione, stavolta della racchetta, che appena è libero dai suoi impegni legati al circuito tennistico mondiale torna qui per prendersi cura dei bambini abbandonati. Roger Federer ha un legame solidissimo con questo Paese, che è poi quello d’origine della madre Lynette. Ma non è solo questione di radici: da qualche anno il fuoriclasse svizzero ha creato una Fondazione che finanzia progetti a favore dell’infanzia in difficoltà. «Essere qui è un dovere», spiega lui, ma chi lo conosce bene dice che per il tennista questa è diventata una missione, un modo di sdebitarsi per la grande fortuna che ha avuto verso chi invece fin dalla nascita deve lottare per sopravvivere. Federer visita villaggi, parla con i suoi piccoli amici, cerca di rincuorarli e gioca anche a tennis con loro: «Qui i bambini e la gente sono straordinari – ha commentato il campione -. È incredibile l’accoglienza che mi hanno riservato».

Questo è il riscatto dello sport, un modo di non isolarsi in paradisi artificiali dove contano solo la fama, il denaro e il successo, ma condividere quello che di bello si è fatto su un campo da tennis con chi è meno fortunato. La Roger Federer Foundation non è attiva solo in Sud Africa, ma in altri cinque Stati africani: Etiopia (tre anni fa destinazione dell’ultima visita del tennista), Zambia, Malawi, Botswana e Zimbabwe. Aiuta in totale più di 50 mila bambini del continente africano che non hanno alcun mezzo per realizzare i propri sogni.

Questi esempi positivi cominciano a funzionare in Africa, dove la popolazione minorile vede nello sport un modo per riscattare un’esistenza che a volte sembra condannata in partenza. L’ultimo esempio del Continente Nero che allarga i suoi orizzonti sportivi riguarda il ciclismo, con la partecipazione del team Mtn-Qhubeka alla Tirreno-Adriatico: è la prima volta che una squadra africana partecipa a una corsa del World Tour 2013 nella storia del ciclismo. Ma dal nuoto, al basket fino proprio al tennis, è bello vedere un intero continente che prende coscienza delle proprie forze e si cimenta in discipline che, fino a pochi anni fa, erano sconosciute agli africani, sfornando anche talenti inaspettati. Ecco perché c’è bisogno sempre di più di tanti Federer: di Pistorius non ne sentiamo più l’esigenza.

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