A Marassi i giocatori del Genoa umiliati da un pugno di non tifosi

di Leo GABBI

Incidenti a Genova

Lacrime di coccodrillo. Avevamo lasciato il nostro calcio nella commozione collettiva per il dramma di Piermario Morosini, una vita spezzata sul campo: lo ritroviamo assediato nell’ennesima domenica di follia.

Forse ci eravamo illusi: ci auguravamo che l’onda emotiva, che aveva attraversato l’Italia dopo la scomparsa di quel ragazzo sfortunato, riuscisse a sanare un sistema che invece ritroviamo malato, marcio nel suo profondo. Quello che è accaduto a Genova segna uno dei punti più bassi non solo di uno sport, ma di un Paese civile. Uno stadio che, purtroppo, non è nuovo a drammi come la morte del tifoso Claudio Spagnolo, o a pagine altrettanto vergognose come la squallida esibizione di ultrà serbi nel 2010, durante le qualificazioni europee della Nazionale.

Stavolta, però, alla violenza, fisica e verbale, si è aggiunto un altro elemento: la gogna. Un pugno di «delinquenti», come li ha definiti anche il presidente genoano Enrico Preziosi, durante la disfatta rossoblu contro il Siena, si è impossessato di uno stadio e ha preteso che i giocatori si togliessero la maglia, in segno di resa. Il guaio è che i giocatori – non si sa bene se mal consigliati o assolutamente in preda al panico – hanno eseguito quanto gli veniva intimato, dando il via al macabro rituale. Solo l’attaccante Sculli si è ribellato a quel diktat, ed è parso che volesse rappresentare la stragrande maggioranza di un Marassi preso in ostaggio, mentre qualcuno continua a sorprendersi che le famiglie, i bambini con i loro papà, se ne stiano sempre più alla larga dagli stadi italiani.

Un brivido durato 45 minuti, che come un colpo di spugna ha cancellato le belle immagini di soli sette giorni prima, quando il mondo si era accorto in tv che il calcio italiano possedeva ancora un’anima, che aveva saputo fermarsi di fronte alla tragedia di un suo figlio, scomparso improvvisamente, mentre rincorreva un pallone. Tutto cancellato per colpa del centinaio di scalmanati che, sempre in mondovisione, hanno fatto capire che purtroppo il nostro è un sistema in decomposizione, assediato da una violenza morale prima ancora che fisica.

Vedere questi violenti che fanno quello che vogliono, che dettano legge dentro e fuori dal campo, rappresenta la sconfitta più grande per un sistema che troppe volte ha giustificato certe collusioni tra club e frange violente del tifo, che non riesce a recidere quel cordone ombelicale con gli ultrà come invece hanno fatto da tempo le società inglesi, spagnole, tedesche. Come ha ricordato giustamente il direttore della Gazzetta dello Sport Andrea Monti, «la nudità degli atleti spogliati della loro maglia al centro dell’arena umilia l’intero sport italiano».

Ora ricominceranno le filippiche e i processi, scatteranno le squalifiche e magari anche gli arresti, ma quelle immagini di resa e d’impotenza difficilmente potranno venire cancellate. Così, mentre il pallone continua a perdere credibilità per lo scandalo scommesse, continua a essere più business che attività agonistica, continua a essere ostaggio di tv che lo costringono a maratone inaudite, arriva l’ennesima dimostrazione che solo con misure drastiche il calcio potrà tornare a essere un’attività normale, solo con una cura da cavallo potrà pensare di scrollarsi di dosso i germi di una violenza cieca e disperata, che non trova nessuna giustificazione neppure con una sconfitta, seppur rotonda, in campo, della propria squadra.

Nelle stesse ore in Inghilterra, un tempo patria degli hooligans, una squadra dal pedigree glorioso come il Genoa, il Wolverhampton, retrocedeva perdendo in casa con il Manchester City, ma i tifosi si congedavano dai propri beniamini salutandoli con un applauso, perché avevano dato tutto sul campo. E perché, nonostante le urla e i veleni, qualcuna ancora crede che si tratti sempre e comunque solo di una partita di pallone.

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