Ha vinto la Champions League asiatica. Anche Cesare Prandelli pensa di allenare all’estero «dove si vive il calcio in maniera diversa»

di Leo GABBI

Lippi in Cina

Mentre alcune panchine nostrane traballano quotidianamente (una su tutte, quella milanista di Allegri) c’è un allenatore italiano che vince dall’altra parte del mondo. Dopo aver, infatti, trionfato con gli azzurri nel Mondiale 2006 e vinto tutto con la Juventus, Marcello Lippi ha compiuto l’ennesima impresa in Cina. Con il suo Guangzhou Evergrande, dopo il double della prima stagione (vittoria in campionato e coppa), il tecnico viareggino ha bissato nuovamente il titolo, ma ha soprattutto portato per la prima volta nel Paese l’agognata Champions League asiatica: nessun allenatore prima di lui aveva vinto la massima competizione per club in due Continenti diversi.

A scapito del tanto vituperato campionato, quindi, c’è qualcuno che continua a tenere alto l’onore del calcio italiano. Ma Lippi (che così riscatta completamente anche l’unica vera macchia del suo palmares: il flop dei Mondiali 2010 in Sudafrica) è solo l’ultimo degli allenatori italiani ad aver trovato gloria fuori dai nostri confini.

Ad aprire la strada dei mister italiani vincenti all’estero è stato naturalmente Giovanni Trapattoni che, dopo aver trionfato per lustri alla guida della Juventus e aver portato l’Inter allo scudetto dei record nel 1989, è riuscito a bissare questi successi in altri tre campionati, vincendo in Germania (Bayern Monaco, 1997), Portogallo (Benfica, 2005) e Austria (Salisburgo, 2007). Altro personaggio fondamentale è stato Fabio Capello, vincitore per due volte della Liga sulla panchina del Real Madrid a distanza di dieci anni (1997 e 2007), mentre Gianluca Vialli, in veste di allenatore-giocatore del Chelsea ha vinto sia sul fronte interno (FA Cup e Charity Shield) che estero (Coppa delle Coppe e Supercoppa europea). L’apice delle fortune dei Blues, l’ha però raggiunto Roberto Di Matteo, che è riuscito laddove aveva fallito persino Josè Mourinho, conquistando in un breve lasso di tempo nel 2012 l’agognata Champions League. Prima di lui Carlo Ancelotti, che dopo aver vinto tutto al Milan, sempre al Chelsea nel 2010 chiuse la sua prima stagione londinese col double (Premier League ed FA Cup), ripetendosi poi anche in Francia con il titolo nazionale alla guida del Paris Saint Germain. Sempre in Inghilterra, Roberto Mancini, riportò agli antichi fasti il Manchester City, a digiuno di trofei dal ‘69, conquistando Fa Cup (2011), Premier League e Community Shield (2012).

Grandi soddisfazioni, quindi, che fanno da clamoroso contrasto con le miserie che angustiano il nostro campionato, come i gravissimi fatti di Salernitana-Nocerina o le violenze verbali e non, che ormai hanno invaso le curve di mezza Italia. Tanto che il commissario tecnico degli azzurri, Cesare Prandelli, non ha nascosto di pensare anche lui di andare ad allenare altrove «dove si vive il calcio in maniera diversa: qui, più che pressione, è diventata un’ossessione». Riflessione amara e giustissima che ci fa capire come il grado di avvelenamento culturale e ambientale del nostro sport più popolare abbia superato ormai da tempo, il livello di guardia.

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