Lo Squalo messinese ha dominato la Grande Boucle, mettendo a tacere avversari, sospetti e maldicenze. Ed entrando in un ristretto circolo di campioni che sono nella storia

di Mauro COLOMBO

Vincenzo Nibali

Ha iniziato a vincere in Inghilterra, ha proseguito sui Vosgi, ha insistito sulle Alpi, si è confermato sui Pirenei e ha finito a Parigi: in totale quattro vittorie di tappa e 18 giorni (su 20) in testa alla classifica. Vincenzo Nibali ha vinto il Tour de France, settimo italiano dopo Ottavio Bottecchia, Gino Bartali, Fausto Coppi, Gastone Nencini, Felice Gimondi e Marco Pantani. Ora può mettere la maglia gialla nell’armadio, al fianco di quella amarillo della Vuelta Espana e di quella rosa del Giro d’Italia: come in passato sono stati capaci di fare solo Jacques Anquetil, lo stesso Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Alberto Contador.

Già, proprio quel Contador che, col vincitore del Tour 2013 Chris Froome, avrebbe dovuto essere il principale avversario dello Squalo messinese nella Grande Boucle. E invece entrambi sono usciti presto di scena, vittime della malasorte e anche (almeno per Froome) dell’imperizia in sella. Ma queste defezioni non inficiano il trionfo di Nibali, che al momento del loro ritiro già indossava la maglia gialla e che aveva avuto il merito di passare indenne attraverso le trappole infernali del pavé. Altrimenti sarebbe come dire che, ai Mondiali di calcio, la Germania ha battuto il Brasile perché la Selecao mancava di Neymar e Thiago Silva. Anche con quei due in campo, magari i tedeschi non avrebbero fatto sette gol, ma certo la differenza tra le due squadre sarebbe emersa in ogni caso. E Nibali ha talmente sbaragliato il campo da non lasciare spazio alcuno al dubbio su chi fosse veramente il più forte.

Troppo forte? Un sospetto lasciato malevolmente filtrare, come a dare a intendere che il motore del siciliano fosse “truccato”. Ma a chi se ne intende veramente è bastato raffrontare il tempo impiegato e la potenza espressa in salita sull’erta di Hautacam da Nibali quest’anno e da Bjarne Rijs nel 1996, quando il danese (poi reo confesso di Epo) soffiò il Tour a Indurain: 18 anni dopo, con biciclette, materiali e tecniche di preparazione migliori, Nibali ha impiegato circa tre minuti e mezzo in più, 200 secondi che equivalgono alla differenza tra un campione vero e uno finto.

Padrone, dominatore, tiranno: Nibali ha obbligato a spulciare il vocabolario alla ricerca di termini che descrivessero in maniera sempre più esplicita la sua supremazia. Ma è stato un re gentile: quando toglieva gli occhialoni neri, la sua maschera impassibile e spietata in corsa rivelava un ovale allungato, occhi buoni, un sorriso timido ed educato. Non si è incupito nemmeno di fronte a cattiverie e maldicenze che parte della stampa francese, evidentemente ròsa dall’invidia, avrebbe fatto miglior figura a risparmiarsi e risparmiarci. Del resto la gioia di Nibali era troppo grande e meritata per incrinarsi davanti a queste miserie.

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