La promozione in Serie A del Carpi fa da stridente contrato con gli episodi di violenza registrati in molti stadi dei massimi campionati

di Leo GABBI

curva

Onore al Carpi, dunque, promosso in Serie A: la squadra emiliana, figlia di un’amministrazione oculata, con ragazzotti che percepiscono stipendi da Serie D, ha vinto ogni pregiudizio e, giocando un calcio d’attacco, ottenendo sonanti vittorie, frutto di uno spogliatoio granitico e di un ambiente positivo, mai esasperato, ha dominato la serie cadetta, conquistando a suon di vittorie l’accesso al massimo campionato. Ha vinto la provincia sana, quella che il presidente della Lazio Lotito – in una delle sue intercettazioni più note – cercava di esorcizzare lamentando uno scarso appeal di tv e sponsor riguardo le ripercussioni commerciali di un calcio da vendere alla stregua di un detersivo.

Ma la favola del Carpi è purtroppo circondata da fatti terribili di delinquenza di una società che sembra sfogare nel calcio i suoi istinti più bestiali. Lo stillicidio è continuo: dopo aver toccato nelle scorse settimane Roma, Cagliari e Varese, il virus della violenza si è trasferito a Torino e poi a Bergamo e infine a Brescia. Nella capitale, dopo gli striscioni delle vergogna in curva contro la madre del tifoso del Napoli ucciso, il presidente americano Pallotta, che aveva definito «idiots» quegli atteggiamenti, è stato oggetto di una contestazione clamorosa, dentro e fuori lo stadio. Gli altri presidente e la Federcalcio? Inutile dire che lo hanno lasciato solo. Poi ci sono le incursioni negli spogliatoi, i pugni dati e ricevuti da tifosi a calciatori e da calciatori a calciatori rispettivamente a Cagliari e a Bergamo, senza dimenticare le porte sradicate e il campo distrutto dello stadio di Varese. Poi si arriva a Torino, e dopo l’accoglienza violenta al pullman juventino, dal settore dello stadio bianconero parte una bomba carta che ferisce 10 persone. Ma poteva andare peggio, molto peggio. L’Italia il giorno dopo s’indigna, si invocano leggi speciali, si riuniscono vertici sia della politica sia della Federcalcio, ma non si fa quello che si dovrebbe fare in questi casi: chiudere gli stadi e sospendere i campionati. La Grecia ha avuto il coraggio di farlo, noi no. Invochiamo interventi drastici, sul modello scelto dal premier inglese signora Thatcher l’indomani della strage dell’Heysel, eppure a oggi siamo fermi ai Daspo.

La gente adesso è stufa, le famiglie stanno giustamente alla larga degli stadi: i club sono alla mercé della strategia della tensione di bande di delinquenti che minacciano, aggrediscono, umiliano calciatori, dirigenti e tecnici nella certezza dell’impunità. Non si capisce perché un atto criminale che in un negozio o per strada è punito con severità, allo stadio o nelle sue vicinanze, viene derubricato in maniera sconcertante. Appena preso atto che così non si può andare avanti e martedì scorso, ultras bresciani hanno assaltato i pullman di tifosi vicentini, ferendo un bambino e un poliziotto. La deriva è impressionante e umiliante e lo Stato, al di là delle condanne di circostanza, sembra faccia fatica a reagire, quando invece la tempestività, in casi di questo genere è tutto. Ogni domenica i nostri stadi sembrano dei fortini assediati, paghiamo per l’ordine pubblico un costo altissimo e inaudito e ogni volta ci ritroviamo al punto di partenza. Così non si può andare avanti.

 

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