La Versace si racconta nel libro “Con la testa e con il cuore si va ovunque”. E dice di sé: «Se non avessi perso le gambe, forse ci avrei messo un’intera vita a imparare tutte queste cose, e quante altre me ne sarei perse?»

a cura di Riccardo BENOTTI

Giusy Versace

C’è un prima e un dopo nella vita di Giusy Versace. È il 22 agosto 2005 e l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, all’altezza dell’uscita di Frascineto-Castrovillari, è battuta da una pioggia torrenziale. Alla guida di un’automobile a noleggio Giusy galleggia su un tratto di strada in salita, perde il controllo del mezzo e finisce contro le barriere di contenimento. L’impatto è violento, il guardrail squarcia la vettura e taglia via le gambe di Giusy all’altezza del ginocchio. Da quel giorno un lungo periodo di ospedale e riabilitazione per poi tornare, poco a poco, alla vita di ogni giorno. Con un passo nuovo. Lo racconta lei stessa nel suo libro Con la testa e con il cuore si va ovunque (Mondadori): «Se non avessi rischiato di morire, se non avessi perso le gambe, forse ci avrei messo un’intera vita a imparare tutte queste cose, e quante altre me ne sarei perse? Se avessi una bacchetta magica e un solo desiderio da esprimere, una cosa è certa: non tornerei mai indietro». Oggi Giusy, 35 anni e un lavoro nel mondo della moda, è atleta paralimpica detentrice di due record di velocità nella corsa su pista. Volontaria dell’Unitalsi, dal 2011 è anche presidente della “Disabili No Limits Onlus” (www.disabilinolimits.org), associazione di raccolta fondi per donare ausili di tecnologia avanzata a sostegno di persone disabili in condizioni economiche svantaggiate.

Vivere due vite non è da tutti…
Credo che nella vita di tante persone può esistere un prima e un dopo. In alcuni casi il confine può essere traumatico come il mio, in altri semplicemente si sceglie di cambiare strada. Credo che la cosa importante sia non voltarsi mai indietro, non vivere di rimorsi e, come dico nel libro: ieri è il passato, domani il mistero, oggi è il dono.

Lei scrive: «Credo di aver fatto la scelta giusta. Ho sfoltito i bagagli e, portandomi dietro solo la luce chiarissima della fede e quella forte irradiata dalle persone che hanno camminato al mio fianco, ho attraversato il dolore». Quanto dolore può sostenere la fede?
Ritengo che la fede sia il motore di tutto e sicuramente senza di essa non si va da nessuna parte. Le porte che la fede ha aperto a me sono quelle dell’amore e della solidarietà. Grazie alla fede sono riuscita a non incattivirmi con la vita e ho imparato ad apprezzare tutte le cose belle che Dio mi ha donato anche senza due gambe.

Eppure avrà avuto anche momenti di scoramento e rabbia…
Certamente i momenti di scoramento sono stati tanti e a volte capita di averli tutt’oggi. Per fortuna rabbia mai, o comunque poca, e questo perché la fede mi ha aiutata a non portare rancore nei confronti della vita.

«I miei angeli»: nel suo libro chiama così gli uomini che l’hanno soccorsa. A volte sono le persone più sconosciute a stupirci con i loro gesti…
Verissimo! Sono rimasta impressionata dalla mole di solidarietà e di affetto manifestata proprio dagli estranei, basti pensare al lungo periodo di degenza ospedaliera durante il quale tutti gli infermieri, i medici e i volontari del 118 affollavano quotidianamente la mia stanza per regalarmi un sorriso.

C’è un “miracolo” invisibile che è nella trasformazione dello sguardo sulla vita…
Non userei la parola “miracolo”, ma sottolineerei il fatto che dai momenti più difficili si può trarre maggiore forza per guardare alla vita con occhi nuovi.

Come è nato il desiderio di dedicarsi alla corsa?
Ho iniziato a correre nel 2010 per una scommessa e l’ho voluto fare non pensando di competere a livello agonistico, ma per sentire di nuovo il brivido e le emozioni di muovere nuovamente tutto il corpo. Poi ho scoperto di essere la prima donna in Italia a correre senza due gambe e ho iniziato ad allenarmi più seriamente ed ho pensato che il mio esempio potesse stimolare altri ragazzi disabili ad approcciarsi allo sport.

Quali sono gli obiettivi di Giusy Versace per il futuro?
L’obiettivo è quello di continuare ad allenarmi e divertirmi e se poi arrivano i risultati ancora meglio. Nella vita, come obiettivo personale ho il desiderio di permettere a tutti di fare sport e di accedere ad ausili evoluti per lo sport, cosa che il nomenclatore tariffario nazionale della Asl attualmente non prevede. Mi impegnerò seriamente, attraverso la mia onlus Disabili No Limits, a battermi per raggiungere questi obiettivi perché ritengo che lo sport, per chi vive un handicap, sia una grande terapia.

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