Dall’asta tra Sky e Mediaset il pallone ricava un miliardo di euro solo dai diritti televisivi. Poi il vuoto...

di Nicola SALVAGNIN

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Nei giorni più bui per il calcio italiano – con l’amara esclusione dai Mondiali e le tante polemiche al seguito -, un po’ di consolazione arriva dal conto economico di un settore che movimenta alcuni miliardi di euro: il pallone in Italia non è uno sport, ma un vero business. Ebbene, l’asta per i diritti tv sulla trasmissione del campionato di Serie A porterà alle società coinvolte una torta di quasi un miliardo di euro da spartirsi ogni anno dal 2015 al 2018. Soldi che arrivano da Sky (che trasmetterà tutte le partite, con l’abbonamento al satellitare) e da Mediaset (un bouquet qualificato delle stesse, nel digitale terrestre).

Ossigeno puro per un movimento che – anche economicamente – si conferma in affannosa difesa, incapace di contropiedi in grado di smuovere le entrate, stante il fatto che le uscite sono cronicamente superiori alle stesse. Il Sole 24 Ore ha evidenziato nei numeri il declino (economico) del nostro calcio: a metà anni Novanta era al secondo posto in Europa – quindi nel mondo -, dietro ai soli inglesi che già allora facevano faville con i diritti tv. Oggi, siamo scivolati alle spalle pure di tedeschi e spagnoli, avvicinati addirittura dai francesi che hanno una Ligue 1 di una modestia tecnica ragguardevole.

Stiamo parlando di fatturati, cioè di ricavi. Se la Premier League inglese surclassa tutti con quasi 3 miliardi di euro, la Serie A vive praticamente sulle spalle delle riprese televisive, che garantiscono due terzi delle entrate. È il resto che latita, quello che invece altri campionati e altre Leghe calcio hanno saputo valorizzare in questi anni. E la nostra buona performance delle entrate televisive è paradossalmente legata alle miserie delle altre fonti di ricavo.

A cominciare dagli stadi: belli, sicuri, comodi, facilmente raggiungibili, con molti servizi. Stiamo parlando di quelli inglesi e tedeschi, ma anche di alcuni mega-impianti spagnoli. Trovare un biglietto per una qualsiasi partita della Premier League è già a settembre una piccola impresa; nel nostro campionato, è facile vedere spalti vuoti pure nelle partite di cartello. Non occorre nemmeno spiegare perché, a chi sia andato anche una sola volta allo stadio – salvo quello modernissimo della Juventus – per vedere una partita di calcio in Italia. Che quindi si preferisce gustare davanti alla tivù, comodi e sicuri.

La decadenza della nostra pelota ha poi portato a un (giusto) abbassamento delle retribuzioni dei calciatori: solo che così i grandi campioni girano al largo, ed è difficile vendere magliette e gadget di giocatori dall’appeal assai modesto, che magari cambieranno aria già a gennaio. Non c’è poi una gran corsa alle sponsorizzazioni, né si è particolarmente ambiti per quei tornei estivi che portano le nostre big a giocare in Indonesia piuttosto che negli Usa, ovviamente a pagamento.

I campionati recenti hanno però confermato una tendenza: si spreca sempre di meno, è ormai convinzione diffusa che le vacche saranno magre a lungo. Quindi sono finiti al capolinea mitici presidenti spendaccioni, sono arrivate nuove dirigenze assai attente a far quadrare i conti, o addirittura a guadagnare con il calcio come fosse un business qualsiasi. I casi di Napoli e Udinese sono esemplari, in questo senso.

Ciò per quanto riguarda certi numeri, quelli del bilancio di esercizio. Ma al calcio servono altri numeri, quelli del tabellino risultati, senza i quali l’intero movimento entra in una spirale sempre più negativa. Occorre partecipare alle competizioni europee e, se possibile, vincerle o andare fino in fondo: perché da lì entrano molti soldi che possono fare la fortuna (o meno) di un club. Il Milan, unica squadra ad aver superato la fase a gironi della Champions League, ha incassato nella scorsa stagione 37,6 milioni di euro. Che quest’anno sognerà, mentre guarderà alla televisione le altre squadre giocare…

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