Settima vittoria consecutiva come il suo idolo. Alla Ferrari lo sconforto dei tifosi
e l'addio senza polemiche di Massa, altro che Alonso

di Leo GABBI

Vettel

La schiacciante vittoria ad Abu Dhabi è dedicata a coloro, critica e tifosi, che non hanno mai creduto nelle qualità di Sebastian Vettel, questo ragazzone serio e senza fronzoli che ha conquistato la settima vittoria consecutiva con la quale eguaglia il suo idolo, Michael Schumacher, unico prima di lui a vincere così tanti gran premi di fila.

Già in India, dove aveva ottenuto la matematica certezza del quarto alloro, il 26enne tedesco aveva condotto una gara perfetta: poteva accontentarsi di arrivare in fondo, vista la pessima condotta dell’eterno rivale Fernando Alonso su Ferrari, invece aveva cercato sempre e comunque di vincere, perché quella è la sua filosofia. D’altronde il suo ruolino di marcia è già mostruoso ora, quando probabilmente la sua carriera non è neppure arrivata al giro di boa: quattro volte campione del mondo, meglio di lui solo Schumi (7), Fangio (5) ma nessuno è riuscito ad ottenere 4 titoli di fila a soli 26 anni.

Eppure per gli scettici a oltranza, resta l’incognita legata alla macchina monstre e a un team che lavora all’unisono per lui. Per questo in molti sarebbero curiosi di vedere le sue performance una volta lontano dall’“Eldorado” Red Bull.

Queste minime perplessità sono un nulla rispetto alle voragini di credito che ha dilapidato in questi mesi il team Ferrari: il presidente Luca di Montezemolo aveva annunciato il 2013 come la stagione della svolta, invece la resa è arrivata addirittura prima dell’anno precedente, con evidenti scricchiolii che, giorno dopo giorno, si sono fatti strada nel rapporto tra l’entourage di Maranello e Alonso, che non ha gradito affatto il prossimo ritorno sulla Rossa di Kimi Raikkonen. Ma le critiche dell’asso spagnolo non si fermano qui: è un malessere più profondo, che parte da lontano e che si traduce in un senso d’impotenza di fronte alle soluzioni tecnologiche sempre più all’avanguardia dei rivali a fronte dei pochi progressi fatti da Maranello. D’altronde lo stesso Stefano Domenicali, Team Principal della scuderia modenese, ha recentemente ammesso che fin dall’estate Ferrari aveva preso coscienza che c’era un ritardo sulla tabella di marcia «soprattutto nello sviluppo del mezzo e nell’assorbimento della tipologia dei pneumatici». Poi, al di là dei proclami di coesione interna, che lasciano il tempo che trovano, resta l’irritazione, per le continue frecciate ironiche che Alonso ha indirizzato al team (e soprattutto ai responsabili dello sviluppo) durante l’anno.

C’è dunque qualche spiffero di troppo nei corridoi di Maranello, senza contare lo sconforto dei tifosi che ormai cominciano a pensare che il Mondiale stia diventando inafferrabile e che altre case automobilistiche, più della Ferrari, possano dalla prossima stagione avvicinarsi allo strapotere Red Bull. Intanto, il Cavallino ha rialzato la testa ad Abu Dhabi, inventandosi una strategia a due soste che gli ha consentito di montare per gli ultimi nove giri le gomme morbide: così festeggia il quinto posto di Alonso come una sorta di vittoria.

Un grazie anticipato è doveroso per Felipe Massa, che a fine anno saluterà tutti e che se ne va con il suo consueto stile, senza polemiche (anche se qualche sassolino prima o poi potrebbe anche toglierselo): in un decennio passato nella scuderia del Cavallino, prima all’ombra di un mattatore come Schumi, ora di Alonso, con risultati alterni, un titolo sfiorato nel 2008, un grave incidente in Ungheria l’anno dopo. Ha però sempre dato tutto, con grande professionalità, dimostrando lealtà assoluta verso la Ferrari. Valore questo, che sarebbe importante conservare, nell’immediato futuro.

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