Se ne parla troppo sui giornali, ma almeno la polemica tra innocentisti
e colpevolisti ha riacceso i fari su una situazione non più tollerabile

di Leo GABBI

curva

Hanno chiuso le curve e qualcuno si è accorto che certi ultras improvvisamente sono finiti in fuorigioco. Hanno chiuso gli stadi e ora tutti gridano che questa è la fine del calcio, ma prima nessuno ha capito che dentro quei catini, a forza di cori razzisti e violenze assortite, stava finendo una civiltà. L’escalation legata prima alla chiusura delle curve e poi delle partite da disputare a porte chiuse, che hanno colpito il Milan a livello nazionale (provvedimento già sospeso dalla Corte federale) e la Lazio a livello europeo, ha riacceso la polemica sulla responsabilità oggettiva dei club di fronte all’atteggiamento fuori ormai da ogni controllo assunto da molte frange delle tifoserie più estreme. E se la battaglia tra innocentisti e colpevolisti sta occupando da giorni le pagine dei giornali, è indubbio che ciò nasca anche da interessi di bottega politico-economici ma almeno ha riacceso i fari su una situazione non più tollerabile.

Da una parte gli organismi del calcio sprecano fiumi di parole per raccontare un football a misura di famiglie, dall’altra consegnano gli stadi a manipoli di esaltati che finiscono per rendere i catini una sorta di “terra di nessuno” dove ogni legalità sembra rarefatta, dove l’impunità sembra quasi una regola. Questo almeno fino a quando l’Uefa ha deciso il pugno di ferro contro ogni barbarie, anche solo verbale. Da qui la chiusura degli stadi che ha provocato una levata di scudi senza precedenti nel nostro football. Peccato che un simile atteggiamento da crociata non si riscontri quando succedono fatti deprecabili, quando si offende la dignità umana, quando un intero stadio diventa ostaggio di poche decine di scalmanati. Così nascono situazioni paradossali, che legano ad esempio la tifoseria che offende alla tifoseria offesa, i controllati ai controllori, le vittime ai carnefici.

Dopo la decisione della chiusura dello stadio del Milan per i cori di discriminazione territoriale contro i napoletani (ribadiamo che il provvedimento è stato sospeso), arrivano dagli spalti di Marassi e dello Juventus Stadium le prime prese di posizione all’invito dei sostenitori nerazzurri, che nei prossimi giorni studieranno una linea comune anche con i colleghi della Lazio con cui sono gemellati. Tutto l’universo ultrà si schiera compatto contro la norma che punisce i cori di discriminazione territoriale con la chiusura degli stadi. Persino gli ultrà napoletani, solidarizzando indirettamente con quelli milanisti, hanno mostrato nella loro curva uno striscione che insulta proprio Napoli, in segno di sfida verso quelle autorità calcistiche chiamate a prendere provvedimenti disciplinari. Peccato che nelle altre parti d’Europa, quando accade un fatto analogo, se ne prende atto e si cerca di voltare il più velocemente pagina anziché cercare la bagarre sui giornali.

Fa male leggere che certi cori beceri e offensivi siano solo pura “goliardia” rivolta ai tifosi avversari: qui bisogna intendersi, per decenni abbiamo minimizzato atteggiamenti gravi attorno al nostro pallone. Se il nostro calcio chinerà ancora il capo nei confronti dei poteri forti, la sua credibilità arriverà al minimo storico. D’altro canto dal presidente della Uefa, Michel Platini, al presidente Coni, Giovanni Malagò, hanno espresso grosse riserve sui punti di penalizzazione da comminare alle squadre delle tifoserie coinvolte: significherebbe consegnare i propri destini nelle mani degli ultrà. Un rebus non da poco che però esige una soluzione rapida, per la sopravvivenza stessa del nostro calcio.

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