Il primo tassello di verità giudiziaria ordinaria va nella stessa direzione di quella sportiva decretata cinque anni fa

di Mauro COLOMBO

Luciano Moggi

Una premessa è d’obbligo. La sentenza pronunciata ieri dal Tribunale di Napoli rappresenta solo il primo grado di giudizio, in sede ordinaria, sulla cosiddetta Calciopoli. Ora seguiranno inevitabilmente un processo d’Appello e, con ogni probabilità, il terzo e ultimo grado in Cassazione. Fino all’ultimo verdetto, quindi, non sarà possibile dare un giudizio definitivo sulla vicenda.

Già ora, però, si può dire che il primo tassello di verità giudiziaria (ordinaria) posto ieri a Napoli va nella stessa direzione della verità giudiziaria (sportiva) decretata cinque anni fa. Calciopoli non era Farsopoli. Un processo ha stabilito che il calcio italiano fino al 2006 era soggetto a un meccanismo perverso ideato e messo in atto da un’associazione a delinquere. E proprio di questo reato – associazione a delinquere – Luciano Moggi è stato giudicato il principale responsabile e quindi condannato a cinque anni e quattro mesi (con un piccolo “sconto” rispetto a quanto richiesto dalla pubblica accusa). E colpevoli – sia pure con condanne a pene minori – sono stati riconosciuti esponenti istituzionali (Mazzini), responsabili del settore arbitrale (Bergamo e Pairetto), dirigenti di società (tra gli altri Della Valle e Lotito), arbitri (come De Santis).

La sentenza sarà pure ingiusta, l’inchiesta sarà stata lacunosa e le garanzie di difesa insufficienti, come ora lamentano i condannati, preannunciando i loro legittimi ricorsi (curioso: sono gli stessi rilievi mossi cinque anni fa nei confronti dei verdetti sportivi). Ma certo da ieri non si potrà più dire che Calciopoli è stata un’invenzione o, peggio, il frutto di un complotto. E la storia – soprattutto quella sportiva – non potrà essere soggetta a revisionismi di parte.

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