La richiesta del Ministro agli insegnanti di restituire una quota dello stipendio

di Vincenzo FERRANTE
Ordinario di diritto del lavoro nell’Università Cattolica

scuola

La richiesta di restituzione di una parte degli stipendi pagati agli insegnanti “per errore” ha destato l’attenzione dell’opinione pubblica, suscitando unanimi reazioni di condanna: era accaduto che, nell’ambito delle politiche di contenimento della spesa pubblica attuate oramai da più un triennio nella prospettiva di rispettare i parametri della moneta unica europea, il Ministero dell’Economia aveva richiesto per il tramite delle Direzioni provinciali del Tesoro la restituzione di alcuni importi pagati nelle buste paga del primo semestre del 2013, ma che un successivo provvedimento di legge aveva “bloccato” in attesa di tempi migliori per le finanze pubbliche. La Presidenza del Consiglio dei ministri è intervenuta e agli insegnanti è stato assicurato che avrebbero potuto comunque trattenere le somme corrisposte, senza doverle più restituire.

La vicenda, che si è così chiusa rapidamente e bene (almeno per gli insegnanti), merita però qualche commento, in ordine alle richieste di austerity che i tre governi che si sono succeduti dal 2008 ad oggi hanno tutti, concordemente, imposto alla maggior parte dei cittadini.

È cosa evidente che uno Stato ben ordinato necessiti, sempre e comunque, di bilanci sani, nei quali le spese (e il conseguente indebitamento) non superino in misura eccessiva la capacità di produrre ricchezza (ed in questo senso il rapporto deficit/Pil rimane oramai da anni assai preoccupante per i debiti che fa gravare sulle future generazioni). Tuttavia, la nostra Costituzione assicura ai singoli una serie di diritti (per esempio, alla salute, alla pensione, alla istruzione) che richiedono necessariamente un intervento in termini di servizi e, conseguentemente, una spesa a carico dell’erario (cui spetta di sostenere il servizio sanitario, il sistema previdenziale e assistenziale, la scuola e l’università, eccetera).

Negli ultimi anni le politiche di austerity hanno imposto un taglio di tali spese, con una evidente compromissione dei livelli di tutela e di servizio (si pensi, per esempio, ai ticket per la salute, ai tagli dei docenti e dei supplenti, alla mancata assunzione di personale).

C’è da chiedersi, allora, sino a che punto la necessità di far quadrare i bilanci possa imporre una riduzione di questi costi, poiché appare evidente come una eccessiva contrazione dell’attività pubblica di fornitura di servizi finisca per mettere in discussione il rispetto delle tutele, che pure la Costituzione assicura con solennità a tutti i cittadini.

A riguardo si deve mettere in rilievo come la nostra Costituzione sia stata recentemente modificata proprio al fine di consentire che i diritti “sociali” di ognuno siano assicurati tenendo conto dell’interesse generale al contenimento della spesa pubblica. L’articolo 97, che prima si apriva con una previsione diretta ad assicurare imparzialità ed efficienza della macchina amministrativa, ha adesso un nuovo comma primo che impone al Parlamento di far sì che «le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurino l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico».

La norma, passata quasi inosservata, almeno nel dibattito politico, ha però un chiaro significato, facendo pendere il giudizio, nell’azione di bilanciamento imposta dai differenti valori tutelati in Costituzione, più verso le esigenze economiche che verso la tutela della persona e dei suoi bisogni. E certo una simile riforma sembra destare non poco sconcerto nell’uomo comune (e non solo), atteso che essa poco si preoccupa, invece, di quei costi (di certo non trascurabili) che il governo della cosa pubblica fa gravare sui bilanci pubblici, a tutti i livelli, limitandosi solamente a contenere i costi dell’amministrazione (e quindi quelli dei servizi e dei dipendenti pubblici che li assicurano) e non già quelli della politica.

Una seconda riflessione merita poi la vicenda riportata in apertura: gli insegnanti hanno fatto valere, per poter ottenere di conservare quanto era stato loro corrisposto, il ruolo che essi svolgono e l’importanza della cultura nell’ambito della società. Si tratta, senz’ombra di dubbio, di argomenti non trascurabili e tuttavia deve apparire evidente come l’eccezione ora introdotta, a fronte di un blocco esteso alla generalità del personale pubblico, non potrà rimanere limitata ai soli professori, posto che anche gli altri dipendenti svolgono ruoli non meno importanti (si pensi alla sanità, alla tutela del territorio, ai musei, eccetera).

Una volta che al comparto della scuola sia stato concesso di sottrarsi al blocco (orami quasi quinquennale) che impedisce ogni incremento retributivo, anche le altre categorie avranno diritto a richiedere lo stesso trattamento: ma siamo proprio sicuri che i soldi presenti in bilancio siano sufficienti ? O dobbiamo attenderci nel prossimo futuro ancora mille ripensamenti su quanto si è in questi giorni solennemente proclamato?

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