Il tessuto della nostra Repubblica costituzionale lì trova le sue radici e le sue ragioni

di Gianfranco GARANCINI

25 aprile 1945

Il 26 gennaio 1955 Piero Calamandrei – costituente, giurista dell’università di Firenze, spirito critico della nuova Repubblica italiana – tenne a Milano, nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria, il discorso introduttivo di un ciclo di lezioni organizzato da un gruppo di studenti milanesi sul tema della Costituzione repubblicana. Concluse la sua lezione – che non era certo stata tenera nei confronti di una politica che solo qualche anno dopo rischiava già di mettere tra parentesi le cose più belle della “nuova” Costituzione – con un richiamo storico: «In questa Costituzione… c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie sono tutti sfociati in questi articoli. E, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane». E rievocava – lui laico – Mazzini, e Cavour, e Cattaneo, e addirittura Garibaldi, e Beccaria. «Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma – continuò – ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta… questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione».

Per questo non è possibile dimenticare il 25 aprile o, peggio, disinteressarsene o infischiarsene, o, peggio ancora, svilirlo a un conflitto più o meno ideologico fra parti politiche diverse, come una chiassosa partita stracittadina. A parte il rispetto per la memoria dei “centomila morti” rievocati da Piero Calamandrei, non andrà mai dimenticato che la nostra Repubblica nasce da lì: nasce dalle veglie degli intellettuali esiliati o costretti a vivere nascostamente o confinati o imprigionati; dai silenzi, dai rassegnati sacrifici delle nostre madri, dalle insofferenze dei giovani e dalle represse esigenze di libertà e personalità degli adulti, lavoratori, professionisti, servitori onesti dello Stato e del diritto (si pensi a quei magistrati che – a fronte dei non molti schierati apertamente con le leggi razziali e con le loro infiltrazioni nel tessuto stesso del nostro ordinamento, e dei moltissimi della cosiddetta zona grigia che preferirono trincerarsi dietro l’ossequio comodo al principio della legalità formale – fecero di tutto per disapplicare le leggi razziali, e ne trassero persecuzioni, allontanamenti, prigione), dalla testimonianza rischiosa di quanti – “per amore ribelli” – tradussero la loro fede nell’azione politica e solidale a favore dei più poveri e dei più perseguitati costruendo reti di assistenza e soccorso, salvando quante più possibili vite, tenendo alto – e fuori dalla soffocante oppressione – il soffio della giustizia.

Per questo dimenticare, svilire o peggio osteggiare il 25 aprile è profondamente sbagliato e gravemente rischioso per il tessuto stesso della nostra Repubblica costituzionale che lì trova le sue radici e le sue ragioni. Liberandosi dall’arroganza, dalla violenza, dalla disuguaglianza, dalla prevaricazione che – con l’occupazione e la ferocia della repressione del dissenso, delle rappresaglie, del dominio – avevano ridotto la nostra esperienza quotidiana durante la guerra alla miseria non solo materiale, ma altresì morale, gli italiani riaffermarono nei fatti e con le loro vite i valori irrinunciabili della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia, dell’indipendenza.

Dimenticare o peggio volutamente cancellare il 25 aprile vuole dire anche tagliare molti dei rami che ci collegano alla nostra storia: non solo quella di allora, ma anche quella che – nel corso dei secoli – aveva portato la cultura politica e giuridica italiana a maturare proprio quei principi che, scrollatesi di dosso le incrostazioni della tragica parentesi della guerra, sarebbero confluiti (grazie alla reciproca e dialettica collaborazione delle tante personalità culturali e politiche a tutt’oggi insuperate che caratterizzarono l’esperienza costituente) nella vigente Costituzione democratica, che tuttora costituisce l’insostituibile tessuto connettivo della nostra esperienza e un pegno prezioso per la nostra convivenza civile.

Ignorare questo costituisce – oltre che una pericolosissima deriva all’indietro – uno strisciante tradimento per il futuro dei nostri figli e nipoti. Come un albero senza più radici.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi