L’avvocato, il conferenziere, il predicatore, in qualche misura attori

di Gianfranco BUSETTO
Unione Giuristi Cattolici Italiani

conferenziere

Comunicare agli altri, ad un pubblico il proprio pensiero riguardo ad un problema, esporre organicamente una tesi non è cosa semplice. Presuppone una ricerca e una preparazione sull’argomento prescelto, una capacità di analisi.

Accanto a ciò si impone un buon raccordo tra forma e contenuto, una sovrabbondanza della prima sul secondo nuoce allo sforzo di sintesi che l’oratore deve compiere.

L’oratore è in qualche misura anche un attore, deve modulare i toni adeguandoli alla varietà dei concetti esposti e tenere conto della qualità del pubblico al quale si rivolge.

L’arringa dell’avvocato nel processo penale è diversa dall’esposizione del conferenziere.

L’avvocato mira a convincere i giudici della bontà delle sue argomentazioni associando il vigore logico alla limpidezza espositiva. L’efficacia dell’orazione forense si affida alla capacità di enucleare dal fatto il diritto. Una inadeguata ricostruzione del fatto preclude l’identificazione corretta della norma giuridica su cui fondare l’argomentazione accusatoria o difensiva. Ma vi è anche un gioco delle parti. La pubblica accusa nel processo penale ricerca nelle pieghe del fatto i profili di colpevolezza del reo offrendo della norma un’interpretazione conseguente, la difesa del reo cerca nel fatto tutti gli elementi utili per ottenerne l’assoluzione.

La dialettica delle parti contribuisce a raggiungere la verità processuale e offre al giudicante la possibilità di una sintesi tra tesi e antitesi. La verità che emerge nel processo non è necessariamente quella autentica poiché essa è fondata sulle prove addotte dalle parti.

È la verità relativa che la fragilità umana consente. La verità assoluta è nel dominio delle religioni e delle filosofie.

Ma non c’è solo l’oratoria giudiziaria, vi è pure quella del conferenziere. Quest’ultimo apparentemente non ha un contraddittore come l’avvocato nel processo e tuttavia deve porre molta attenzione a coloro che lo ascoltano e che non vedono l’ora di esporre le loro critiche alle tesi da lui sostenute. Deve essere chiaro e guardingo, alternare sapientemente silenzi e parole, procedere rettilineo nel suo discorso e sfoderare rigore logico e ironia anche su se medesimo così da evitare la noia e lo sbadiglio generale del pubblico. Anche il conferenziere è in qualche misura un attore e, se è abile, farà bene a porsi degli interrogativi su ciò che dice prima che a sollevarli siano gli ascoltatori. I volti di questi ultimi possono dire più delle parole e avvertirlo della necessità di mutare ritmo e toni.

È buona norma che il conferenziere inizi la sua orazione dopo qualche attimo di silenzio così da accentuare l’aspettativa e l’attenzione del pubblico. L’efficacia delle sue parole è dimostrata dalla loro capacità di suscitare emozioni e di convincimento. Lo sposalizio di forma e contenuto non è operazione facile ma può sortire un notevole risultato quando l’oratore domina in maniera mirabile la materia di cui tratta.

L’oratore di successo è colui che crede in ciò che dice, che si è innamorato delle tesi che svolge, e questo gli consentirà di conferire musicalità alle sua parole e armonia logica ai suoi concetti.

Vi è infine l’oratoria religiosa nella quale il predicatore si rivolge ad un pubblico di fedeli rispetto ai quali esiste comunanza di sentire legittimata dalla fede. In questo caso l’oratore mira a confermare il credo di chi ascolta poiché non è in discussione la verità rivelata, che per un credente trascende l’ordine della pura razionalità.

L’arte oratoria, come ogni altra forma d’arte, riflette il contesto socio-culturale nel quale si esprime. L’eloquenza contemporanea non è più quella di Cicerone o di Demostene poiché sono storicamente mutati cultura, tecnica e stile ma è pur sempre uno sposalizio di tecnica, sapienza e arte.

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