I cittadini del Canada equiparati d’ora in poi agli europei “comunitari”

di Vincenzo FERRANTE

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Dopo un lungo negoziato iniziato nell’aprile 2009, lo scorso 15 febbraio è stato ratificato dal Parlamento europeo il trattato bilaterale commerciale fra il Canada e l’Unione Europea, conosciuto con il nome di Ceta (Comprehensive economic and trade agreement). Il giorno dopo il giovane Primo ministro canadese, Justin Trudeau, ha avuto l’onore di prendere la parola al Parlamento europeo per esprimere la propria soddisfazione per il risultato raggiunto.

Si tratta di un accordo di grande importanza che, per molte parti, entrerà subito in vigore, senza bisogno dell’ulteriore ratifica da parte dei Parlamenti dei 28 Stati (il nostro ha già messo il punto all’ordine del giorno) e che dovrebbe anticipare per molti versi il ben più noto accordo trans-atlantico Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), il cui negoziato con gli Usa sembra però ora destinato ad un rinvio sine die, a ragione della opposizione manifestata dall’Amministrazione Trump nei suoi confronti.

Anche il negoziato con il Canada è stato accompagnato da polemiche, non solo in Italia, poiché molte organizzazioni “non governative” di agricoltori, lavoratori e consumatori hanno puntato il dito contro i rischi connessi al venir meno delle barriere doganali, ed in particolare contro il pericolo che i prodotti (alimentari, ma non solo) americani, spesso rispettosi di standard meno rigorosi di quelli europei, invadessero il vecchio continente. Si tratta, invero, di timori non troppo differenti da quelli che hanno determinato la recentissima svolta neoprotezionista degli Usa.

Inoltre una particolare attenzione è stata data alla clausola che attiene alla vincolatività delle previsioni del trattato e alla loro giustiziabilità avanti le corti nazionali, nei casi in cui fossero coinvolti interessi di compagnie straniere, secondo una formula consueta nei trattati di libero scambio stipulati con Paesi emergenti, ma del tutto nuova nel caso di rapporti bilaterali fra le due sponde dell’Atlantico.

Una parte importante del trattato Ceta è dedicata poi alla libertà di movimento dei cittadini europei verso il Nord-America e viceversa: per questi aspetti davvero si può dire che se l’Unione Europea perde la Gran Bretagna per la Brexit, viene ora a guadagnare il Canada, i cui cittadini verranno ad essere equiparati d’ora in poi agli europei “comunitari”, quanto alla libertà di movimento necessaria per accettare impieghi e commesse.

Ovviamente una parte importante del trattato è dedicata, come per la Comunità europea lo era il Trattato di Roma del 25 marzo di sessanta anni fa, alla tutela dei diritti dei lavoratori, così da rispondere al timore che l’apertura dei mercati possa condurre ad una riduzione dei salari, come strumento indiretto di competizione con le merci d’oltreoceano. L’esperienza storica insegna, infatti, che all’abbattimento delle barriere doganali fa seguito una convergenza a breve nella regolazione del mercato del lavoro, poiché i costi unitari della produzione tendono ad allinearsi.

Nel Ceta quindi si sono precisati gli standard che in entrambi i territori interessati dal trattato si devono assicurare ai lavoratori, per evitare che questa convergenza non finisca per risultare in una corsa verso il basso con una riduzione della protezione individuale, sia sul piano della sicurezza del lavoro, sia per quanto attiene ai diritti in termini di orari, salari, garanzie di stabilità del rapporto, tutele sindacali.

Il confronto che si è cominciato a condurre su questi aspetti però ha dato sino ad ora risultati inaspettati, poiché l’allineamento sulla base dei soli trattati internazionali dell’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), previsto dal trattato Ceta, ha dimostrato che oramai su entrambe le sponde dell’Atlantico, dopo anni di deregolazione, i livelli di protezione assicurati dalle leggi nazionali sono spesso non troppo più elevati rispetto a quelli previsti per tutti i Paesi del mondo dalla normativa internazionale.

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