Luci e ombre della Riforma sanitaria lombarda in un convegno organizzato dal Consorzio Farsi Prossimo

convegno Farsi Prossimo Appiano Gentile

Una legge – la regionale 23/2015, che riorganizza la sanità lombarda – con tante criticità, ma che può anche diventare occasione e opportunità per chi opera nel campo della salute mentale. Così l’hanno giudicata gli operatori del settore – pubblico e privato – riuniti a convegno giovedì 17 novembre, ad Appiano Gentile (Co), al Cineteatro San Francesco.

La giornata è stata organizzata dal Consorzio Farsi Prossimo e dalle cooperative che al suo interno si occupano di questo tema: la Intrecci che opera sul territorio di Como e Varese (in particolare con una comunità psichiatrica che ha sede proprio ad Appiano Gentile, la “Alda Merini”), la Filo di Arianna che lavora a Milano e hinterland, L’Arcobaleno attiva nel Lecchese, la Novo Millennio che lavora a Monza e Brianza e Sociosfera che ha sede a Seregno (Mb).

«La nuova legge, pur con tutti i suoi limiti, ci obbliga a lavorare insieme: psicologi, Asl, psichiatri, educatori e anche forze dell’ordine. Coordinarsi è fondamentale», così ha detto Claudio Cetti, direttore del dipartimento Salute Mentale Asst di Como (ospedale sant’Anna) intervenuto alla tavola rotonda.

«La riforma prevede che vengano unite diverse competenze e diverse aree di intervento. È una piccola rivoluzione, perché prima accadeva, per esempio, che gli specialisti di un settore rinviassero un paziente con problemi di salute mentale all’area della psichiatria a prescindere dalle altre difficoltà presenti», ha spiegato Alessandro Colombo, coordinatore dell’area salute mentale del Consorzio Farsi Prossimo.

Questo accadeva soprattutto in quei casi in gergo detti “con doppia diagnosi”: per esempio dove c’è una compresenza tra un disturbo di personalità e una dipendenza, da alcol, droga, o gioco d’azzardo, il paziente rischiava di venir rimpallato tra servizi sanitari e quelli per le dipendenze. «La legge ci dice che questo non dovrà più accadere – ha continuato Colombo -. La risposta è stata detta: è necessario fare rete, bisogna avere sempre più persone competenti che possano intervenire sui diversi aspetti che la patologia impone. Se al mio interno non ho la persona adatta, dovrò saperla trovare all’interno della rete dei servizi con cui sono chiamato a lavorare».

Un discorso che vale anche per la medicina generale, come ha sottolineato Massimo Clerici, professore associato di Psichiatria all’università di Milano Bicocca, oltre che direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria Asst di Monza (ospedale San Gerardo): «Non è pensabile una medicina che non tratti una patologia medica prevalente se ha dei tratti psicopatologici. Al momento accade che un paziente con problemi fisici, ad esempio cardiopatico, e anche psichici, venga automaticamente inviato alla psichiatria, indipendentemente dall’altra malattia. Questo va frenato, è necessario andare controcorrente».

La riforma prevede anche una riorganizzazione dei Dipartimenti di salute mentale che, nel corso del convegno, sono stati definiti «liquidi», a differenza del modello più rigido precedente, e cioè aperto ai bisogni emergenti. Come per esempio i pazienti stranieri, che «sono persone come le altre e si ammalano come le altre», ma che diventa difficile seguire a causa di questioni burocratiche, legate alla cittadinanza, ai documenti, alla mancanza di requisiti tecnici che diventano ostacolo alla salute.

Un tema, questo, portato all’attenzione del pubblico soprattutto da don Virginio Colmegna, presidente della casa della Carità che ben conosce, nel suo lavoro quotidiano, questo problema legato all’immigrazione.

«Il tema della salute mentale è uno dei tre pilastri su cui Consorzio Farsi Prossimo lavora fin dal 1998, cioè da quando siamo nati – ha concluso Massimo Minelli, presidente della cooperativa Intrecci -. A volte viviamo il rischio di sentirci solo gestori e erogatori di servizi. Eppure nel tempo siamo stati innovatori e costruttori di quello che oggi è il welfare lombardo. Oggi abbiamo un altro compito: essere operatori aperti: aperti alle particolarità dei territori in cui lavoriamo, ai bisogni delle famiglie, alla collaborazione con gli altri servizi e le istituzioni».

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