Francesco Marcaletti, sociologio della Cattolica, commenta i dati resi noti da Assolombarda e sindacati su Milano e Lombardia: nel capoluogo 51 mila giovani non studiano e non lavorano

di Claudio URBANO

Neet

Disoccupazione complessiva al 13%, giovani tra i 15 e 24 anni senza lavoro al 42,3% del totale. Questa la realtà del mondo lavorativo secondo l’Istat. A Milano e in Lombardia, secondo il rapporto presentato lunedì scorso da Assolombarda e sindacati, i dati sono almeno migliori di qualche punto: nel 2013 i senza lavoro nel capoluogo lombardo si sono fermati sotto l’8% contro il 12% nazionale, mentre tra i giovani la disoccupazione era poco sopra il 29%, cinque punti in meno rispetto alla media italiana. Ma i dati sui neet – i giovani che non studiano e non lavorano – sono comunque preoccupanti. Assolombarda ne ha calcolati 51 mila a Milano, il 15% su questa fascia d’età, anche se va detto che di questi più della metà cerca attivamente lavoro.

«Certamente c’è un’emergenza, e la questione dei neet meriterebbe di essere affrontata con molta attenzione parallelamente a quella della disoccupazione giovanile» conferma Francesco Marcaletti, docente di Sociologia del lavoro all’Università Cattolica di Milano, anche se il dato dei giovani va rapportato alla situazione generale del Paese, che non cresce da almeno un quinqennio. «Quanto ai giovani, dieci anni fa, prima dell’entrata in vigore della riforma Biagi nel 2003, il valore assoluto di disoccupazione giovanile era molto superiore a quello attuale. D’altra parte va anche tenuto conto che è una fascia di popolazione che si è sempre più massicciamente scolarizzata», aggiunge il sociologo. 

«In realtà se non ci fosse stata la crisi o se l’economia dovesse ripartire ci accorgeremmo che ciò a cui bisogna guardare è piuttosto lo squilibrio, il gap di competenze che c’è tra i giovani disponibili al lavoro e le forze in uscita – osserva Marcaletti -, anche perché ci stiamo affacciando a una stagione in cui andranno in pensione quelli che furono i baby-boomers. Figure che sono principalmente diplomati, tecnici, geometri, ragionieri. Tutte professionalità che si sono consolidate nel mondo del lavoro, ma che il nostro sistema scolastico non ha più prodotto, o almeno non tanto da assicurare un ricambio».

Il problema è dunque quello dello scambio tra formazione e lavoro, «in Italia mai decollato, mentre in paesi come l’Olanda il 60% degli studenti ha un lavoro» spiega Marcaletti. Un sistema che permette di ridurre quel periodo cuscinetto alla fine degli studi dove bisogna essere quasi “soppesati” nelle proprie capacità dai possibili datori di lavoro.

Più che l’iperspecializzazione, a essere necessario sarebbe dunque il passaggio di competenze tra il mondo della formazione e quello lavorativo, come del resto ha sottolineato anche Assolombarda, che punta a incrementare percorsi di apprendistato e di scambio scuola-lavoro, oltre alla formazione continua dei lavoratori. Il rapporto degli imprenditori lombardi del resto mostra che anche nei settori tecnici ciò che i datori di lavoro chiedono è innanzitutto “saper stare in azienda”, riconoscendo gli obiettivi più generali dell’impresa e sapendo pianificare autonomamente il lavoro.

Per i neet, rilancia Marcaletti, «la strada potrebbe essere quella di una formazione soft, comunque socializzante e poi altamente spendibile nel contesto lavorativo». Una sorta di servizio civile obbligatorio, che fornisca competenze trasversali altamente spendibili nel mondo del lavoro.

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