Dopo il 28 febbraio gli 81 nordafricani che oggi vivono nel Residence Ripamonti rischiano di finire per le strade di un piccolo Comune che non potrà gestire la situazione. Intanto Caritas e realtà locali apriranno un centro di ascolto interno. Parla don Mapelli

di Luisa BOVE

Don Massimo Mapelli

Dopo l’appello lanciato nei giorni scorsi da Caritas Ambrosiana sull’Emergenza Nord Africa avviata due anni e che si chiuderà il 28 febbraio, i problemi rimangono ancora tutti. All’orizzonte non si vedono soluzioni per i tanti profughi sparsi sul nostro territorio che rischiano di perdere l’alloggio che li ospita – strutture di accoglienza, alberghi o pensionati -, perché le convenzioni scadranno tra poche settimane. È quanto sta avvenendo per esempio a Pieve Emanuele, un comune di soli 15 mila abitanti, in cui la situazione potrebbe degenerare. Ne parliamo con don Massimo Mapelli, responsabile Caritas della Zona pastorale VI di Melegnano.

Dove vivono attualmente i profughi?
Quando è scoppiata l’Emergenza Nord Africa i profughi sono stati ospitati nel Residence Ripamonti che in questi anni ha accolto diverse centinaia di persone, con la punta iniziale superiore a 400 unità. Per la maggior parte sono persone giunte dal Ghana, Bangladesh, Pakistan e qualcuno dalla Nigeria e Costa d’Avorio. Sono tutti adulti, che per la maggior parte hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ora ne sono rimasti 81.

Quale sarà il loro futuro?
Se entro il 28 febbraio, data in cui si chiude l’Emergenza Nord Africa, non c’è un progetto di accompagnamento per queste persone, nonostante siano passati due anni, per Pieve Emanuele sarà un bel problema. Occorre trovare una soluzione per 81 profughi che vivono su un piccolo territorio e ora si sentono soli. Anche la cooperativa, che fino al 31 dicembre grazie a una convenzione ha gestito la situazione attraverso percorsi sociali, ormai se n’è andata. Tuttavia il Residence ha continuato a offrire ospitalità. Anche il sindaco, che pure si è dimostrato disponibile a fare il possibile, ora dice che 81 persone sono troppe da far gestire dal Comune.

E i nordafricani come stanno reagendo?
Nei giorni scorsi hanno occupato le strade e anche gli uffici dell’anagrafe, dove stavano prendendo gli appuntamenti per il rilascio delle carte di identità. Hanno ottenuto come residenza l’indirizzo del Municipio, quindi da parte del sindaco c’è stata anche questa disponibilità. Nei prossimi giorni dovrebbero ricevere i documenti.

Come Caritas che cosa farete?
Settimana prossima noi operatori della Caritas, insieme alla Chiesa Evangelica e all’Associazione poliziotti italiani (perché molti di loro vivono nel Residence) apriremo un centro di ascolto interno per capire se ci sono situazioni di particolare fragilità e per tentare di rispondere alle esigenze concrete. È un modo per dire loro che non sono rimasti soli. Uno dei motivi per cui sono scesi in strada è perché si sentono abbandonati: non sanno cosa accadrà loro dopo il 28 febbraio. In realtà una risposta non l’abbiamo neppure noi.

Un piccolo Comune come Pieve Emanuele rischia quindi di scoppiare…
Se ripetono ciò che è accaduto negli ultimi giorni, comprensibile dal punto di vista dei profughi per l’incertezza che vivono, e tornano a occupare le strade, questo certo non aiuta nel rapporto con la popolazione locale. Tutto questo è frutto di una non gestione della situazione, perché non si può arrivare a chiudere l’emergenza senza nessuna soluzione e lasciare sul territorio di un piccolo comune un’ottantina di persone senza prospettive…

A questo punto quali sono le istituzioni che dovrebbero intervenire?
Lo Stato. Ma nello specifico noi chiediamo che la Prefettura di Milano apra un tavolo di confronto sulla situazione di Pieve Emanuele. Anche in altri comuni sono presenti profughi, ma non concentrati tutti insieme in un territorio di piccole dimensioni.

Ma come è gestita la vita nel Residence?
Di fatto è un hotel e anche noi per entrare e aprire il contro di ascolto abbiamo dovuto chiedere il permesso alla proprietà. È chiaro che in questo momento fa comodo anche a loro se cerchiamo di intervenire per gestire la situazione. Ora siamo tutti impegnati. Caritas, Chiesa Evangelica, Associazione poliziotti italiani, Associazione Carabinieri, Croce Rossa e diverse realtà di volontariato si ritrovano insieme anche per incontri settimanali con il sindaco. Noi facciamo la nostra parte, ma la Prefettura abbia un occhio particolare su questa situazione. Ormai è urgente, la scadenza è vicina. E i profughi non ricevono notizie sul loro futuro.

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