Il Centro missionario ha compiuto mezzo secolo di presenza a Milano. La storia e le sfide raccontate in un convegno

a cura di Francesca LOZITO

Il Centro Pime di Milano

«Il Centro missionario Pime è una medicina civile in un Paese che invecchia nel risentimento». Questa è la definizione di Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della sera, per l’esperienza del Centro missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), legata alla diffusione della cultura che viene dal mondo delle missioni. Da cinquant’anni presente a Milano per una felice intuizione che «già dal dopoguerra – ha spiegato padre Piero Gheddo, una delle figure più importanti e storiche del Pime – era presente all’interno del Pime. Perché la guerra, per paradosso ci aveva consentito l’apertura al mondo e ci aveva fatto conoscere la prima globalizzazione».

Senza riscaldamento

Lo stile di sobrietà caratterizzava ieri e caratterizza ancora oggi il Pime: «Allora non avevamo il riscaldamento – racconta padre Gheddo -, ma avevamo bene in mente gli obiettivi che ci eravamo dati. All’interno della Chiesa, dove i missionari devono essere. E in particolare, qui, quelli di ritorno dalla missione». Attraverso la stampa missionaria si è poi concretizzato il secondo obiettivo, quello di dialogo con la società. Afferma ancora padre Gheddo: «Abbiamo avuto fin dall’inizio la convinzione che la stampa e l’animazione missionaria avrebbero dovuto rappresentare la voce dei missionari sul campo. La stampa, poi, attraverso l’entusiasmo missionario, avrebbe dovuto suscitare nuove vocazioni. Con uno sguardo sempre rivolto all’Italia intera, non solo a Milano».

Dialogo tra laici e missionari

E proprio da qui nasce l’esperienza di “Manitese”, nel 1963: «Ci trovavamo richieste di formazione di gruppi nel giro di sei mesi da tutta Italia. C’erano laici che volevano aiutare in questo modo i missionari con molto entusiasmo», ricorda padre Gheddo. Laici e missionari, dunque, insieme, per dare corpo al progetto di Centro missionario Pime: oggi è questa la realtà. Ci sono laici che lavorano nelle varie realtà presenti nella sede di via Mosé Bianchi: presso il Museo dei popoli e delle culture, presso la Bottega del mondo. E presso le riviste missionarie come Mondo e missione. Ma anche nell’Ufficio di educazione alla mondialità diretto da Andrea Zaniboni e nato nel 2000: «Veniamo definiti un’attività accessoria rispetto al progetto del Centro – spiega -. Ma di questo siamo contenti perché ci sentiamo la cristallizzazione del fondamento che ci precede: donne e uomini autentici, missionari che camminano per i corridoi di questo posto, quotidianamente». E allora questa presenza non è soltanto fisica, ma anche simbolica e motivante per chi lavora qui. «Per noi – continua Zaniboni – il Centro educazione alla mondialità del Pime non può che essere diverso da qualsiasi altro ufficio di volontariato. Perché qui ci sono dei testimoni credibili. Oggi la crisi non è dei giovani, ma degli adulti che non sanno educare. L’educazione diventa un pacchetto di nozioni. Oggi anche il nostro nome stesso è vecchio, educazione alla mondialità, perché il mondo lo abbiamo in casa. Oggi si dovrebbe dire piuttosto educazione all’umanità. Noi non educhiamo ai valori, perché con i valori si possono fare anche le guerre. Noi educhiamo ai principi che ci precedono».

Il dialogo con le Chiese del mondo

Al convegno di celebrazione dei 50 anni del Centro missionario Pime era presente anche il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, il quale, in merito alla situazione missionaria a Hong Kong, ha assicurato che «nonostante i bastoni tra le ruote che ci metterà il governo, noi continueremo a lavorare con voi e a chiedervi il vostro sostegno».

Il futuro del Centro Pime, secondo padre Massimo Casaro, che ha diretto il Museo in questi anni e che è in partenza per San Paolo del Brasile, dove andrà a tentare di costruire proprio un’esperienza di cultura missionaria simile a quella milanese, «sta nella fedeltà e nel cambiamento. Le persone fedeli cambiano e il futuro, dunque, non è preservare l’accaduto ma vivere la vita».

In altre parole, il riconoscimento di quanto ammesso da de Bortoli: «L’identità del Pime sta tutta nell’orgoglio dell’identità cattolica, ma senza chiudersi, senza arroccarsi, ma, anzi, aprendosi al confronto con gli altri».

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