La ricaduta in Italia del piano di ristrutturazione mondiale comporta 680 esuberi su un totale di 1100 dipendenti. La preoccupazione e le prospettive della Fim-Cisl di Milano

di Silvio MENGOTTO

Manifestazione Nokia-Siemens

L’azienda di telecomunicazione Nokia-Siemens di Cassina de Pecchi ha annunciato 680 esuberi su 1100 dipendenti. Un durissimo colpo ai lavoratori e alle loro famiglie. Una saetta a ciel sereno che rispecchia la ricaduta in Italia del piano di ristrutturazione mondiale annunciato da Nokia-Siemens Networks: sono 17 mila gli esuberi globali annunciati dall’azienda, pari al 15% delle maestranze mondiali. Per Christian Gambarelli, segretario territoriale Fim-Cisl di Milano, «la ricaduta in Italia è drammaticamente più alta, perché 580 esuberi su 1100 dipendenti sono oltre il 50% di quelli annunciati».

Dopo aver costruito un patrimonio di innovazione tecnologica, l’azienda, unica nel Paese ad avere saputo costruire l’intera rete della comunicazione telefonica via etere, oggi ha deciso di occuparsi solo della gestione dei servizi. Afferma di non avere più bisogno di ricerca e sviluppo, ma solo della gestione tecnica degli impianti, e in prospettiva esclude di potere investire nel futuro.

Negli ultimi sette anni la popolazione aziendale si è riorganizzata e, in un certo senso, ringiovanita. Dopo ripetute ristrutturazioni, da 3000 dipendenti l’occupazione è scesa a 1100, con una età media compresa tra i 43-44 anni.

Dopo il draconiano annuncio degli esuberi la reazione iniziale è stata «di grande stupore – continua Gambarelli -. Nessuno dei lavoratori, tutti ingegneri e professionalmente preparati, si aspettava una notizia del genere». Nell’immediato i sindacati hanno respinto il piano di riorganizzazione dell’azienda. «La nostra prospettiva – precisa Gambarelli – è quella di chiedere tempo e l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, certamente non i licenziamenti. Per noi la mobilità non è ammortizzatore sociale, ma la fine del rapporto di lavoro. Dobbiamo costruire forme di tutela e di ricollocazione per questi lavoratori. Il nodo degli esuberi deve essere affrontato con intelligenza. Questi i motivi per i quali abbiamo chiesto l’incontro al Ministero del Lavoro».

Accanto alla grossa incognita sul futuro aziendale, tra le diverse tipologie di lavoratori serpeggia una certa rassegnazione. «Questa sorta di fatalismo rassegnato ci preoccupa – dice ancora Gambarelli -. È un dato presente anche in molte altre aziende. Ci preoccupa perché la rassegnazione spesso si trasforma in forme deleterie di ribellione». Per questo tra gli obiettivi sindacali c’è anche la volontà di trasformare la rassegnazione in cammini positivi di speranza.

Nel 1984 il cardinale Carlo Maria Martini – incontrando i lavoratori dell’azienda, allora Gte – parlò dell’umanizzazione in fabbrica, della donna lavoratrice, dei giovani e della speranza. Disse: «La speranza non è un calcolo fatto in anticipo, di certe cose che otterrò perchè ho modo di costringere altri, di piegarli. E se non c’è un calcolo visibile, allora diciamo che non c’è speranza, che non c’è niente da fare. Non è così, e per me è importante che si capisca bene che cosa è la speranza perchè, come Vescovo, devo andare alle radici etiche, morali del comportamento da cui derivano poi le altre realtà… La speranza di realtà concrete esistenti dà dunque la forza di mettersi in un disegno». Per Gambarelli «proprio in questo particolare momento la parola della speranza è importantissima perché è esattamente il contrario della rassegnazione. Le parole di Martini servono ai lavoratori per lottare in termini positivi e tentare di costruire con tutti gli agenti sociali la possibilità di una speranza concreta. Personalmente auspicherei un interesse profondo per questo prezioso suggerimento».

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