La coinvolgente testimonianza di don Stefano Nastasi, fino a pochi giorni fa parroco di Lampedusa, invitato dalla Comunità pastorale lecchese a parlare del suo ministero di frontiera

di Marta VALAGUSSA

Don Stefano Nastasi

«Siamo credenti, ma a volte non siamo credibili»: così don Stefano Nastasi, parroco di Lampedusa fino a pochi giorni fa, ha introdotto sabato scorso, 19 ottobre, il suo intervento presso la Comunità pastorale di Barzanò (Lecco). La chiesa è gremita, tantissimi giovani venuti per ascoltare un sacerdote che ha vissuto gli ultimi sei anni in una «terra di frontiera, senza frontiere».

Don Stefano parla a braccio, in piedi, in mezzo alla gente, solo con un microfono in mano e un crocifisso al collo. Proprio quel crocifisso comprato a Lourdes nel 2006, prima di essere inviato a Lampedusa. Sul crocifisso è riportata una citazione del Vangelo di Matteo, al capitolo 25: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me». Don Stefano non comprese subito queste parole, le avrebbe vissute concretamente giorno dopo giorno negli anni successivi.

Nessun proiettore, niente foto, perché «non c’è tempo di fare foto – racconta don Stefano -. Quando vivi l’emergenza, non pensi a immortalare quel momento, a fianco di un bambino o insieme a una donna incinta. L’unico pensiero è quello di agire, subito, in fretta, per rispondere ai bisogni che la gente ha in quel momento». Così don Stefano ha cercato di riassumere in un’ora quello che ha visto e sperimentato negli ultimi sei anni: «La mia storia con l’isola di Lampedusa è cominciata nel 2001, quando feci una gita lì. Ho potuto ammirare la bellezza del paesaggio, un paradiso in terra. Ma nel dicembre del 2007 sono diventato parroco di quella comunità. Ed è cambiato il mio sguardo. Ho imparato a conoscere davvero la realtà di Lampedusa. Il 2008 è stato un anno sereno. Ma nel 2009 è cambiato tutto e da quel momento l’isola non ha avuto più pace».

Lo sguardo di don Stefano è denso di sofferenza, ma il sorriso non manca mai, anche quando racconta qualche episodio straziante. «C’è stato un periodo in cui arrivavano mille migranti ogni notte. Una sera, nel febbraio 2011, ricordo che mentre venivano depositate sul molo Favarolo le salme dei migranti morti in un naufragio, abbiamo deciso di ospitare i sopravvissuti nei locali parrocchiali. A mezzanotte circa ho telefonato al nostro Vescovo, per chiedergli il consenso. E lui immediatamente ha domandato l’autorizzazione in prefettura. Quella notte abbiamo ospitato centinaia di persone in parrocchia»

L’incontro è proseguito con le domande dei presenti, attratti dal carisma di don Stefano. «Come ha fatto a resistere?», chiede una donna. «Uniti nella comunità: solo così si può sopportare meglio il peso della situazione, con il sostegno e la consolazione di Dio. Ma vi assicuro che quando sembra che tutto sia perduto, arriva qualcuno che cambia le cose: ultimo, ma solo per ragioni cronologiche, papa Francesco» risponde don Stefano. «Non sarebbe meglio aiutarli nei loro Paesi?» un’altra domanda che tocca il cuore del problema. «Certamente – è la risposta secca di don Stefano -. Ma finora cosa abbiamo fatto per loro? Gli abbiamo venduto le armi. E basta».

A Lampedusa è possibile, più che in ogni altra parte del mondo, rileggere la realtà alla luce del Vangelo. «Date loro voi stessi da mangiare. Quante volte abbiamo sperimentato queste parole concretamente? – dice don Stefano -. Non bisogna avere paura dell’altro: esistono i rischi, ma la maggior parte delle volte scopri la bellezza dell’incontro. Non partite dal presupposto che l’altro vi possa fare del male. Capisco che sia difficile allargare la tavola. Ma non vi capita di commuovervi il venerdì santo, leggendo il racconto della Passione? E allora perché non versate nemmeno una lacrima di fronte a quel corpo martoriato di un migrante? Quel corpo è il corpo di Cristo».

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