Parla Andrea Marcante, testimone dell'ultimo sgombero: «Queste operazioni rompono il processo di inserimento. Le proposte della Caritas e il documento del Decanato di Rho sono assolutamente condivisibili»

di Silvio MENGOTTO
Redazione

Martedì 9 febbraio, alle operazioni di sgombero delle famiglie rom da Chiaravalle (più di 120 persone, la metà delle quali bambini), erano presenti tre volontari della Comunità di Sant’Egidio, tra cui Andrea Marcante: «Ogni sgombero interessa sempre le stesse persone, spostate da una parte all’altra della città, che poi finiscono per tornare negli stessi luoghi».

Alcuni dei bambini coinvolti nello sgombero sono seguiti da volontari della Comunità di Sant’Egidio per la frequenza scolastica…
Uno dei primi interventi che la Comunità svolge con persone rom è proprio l’integrazione e la tutela dei minori. La scuola è sicuramente il primo canale di integrazione e in questa situazione è forse l’unica istituzione che dà una risposta chiara in termini di accoglienza.

Nonostante le circostanze, i bambini rom vanno a scuola?
È interessante la storia di una famiglia rom proveniente da via Rubattino, con un bambino alle elementari e una ragazza in prima media. Ancora oggi i due fratelli frequentano la scuola nel quartiere di via Rubattino, dove c’è stato un bellissimo inserimento scolastico e un’attenzione da parte delle persone del quartiere. Anche il giorno dello sgombero, il fratello maggiore, 15 anni, si è alzato alle 6.30 per accompagnare a scuola i fratelli.

Gli sgomberi rischiano di vanificare l’integrazione scolastica?
Gli sgomberi rompono questo processo. Un lavoro non facile, ma compiuto dagli insegnanti con molta professionalità ed energia e che fa mutare lo sguardo rispetto alla città. Gli stessi genitori iniziano a capire l’importanza della scuola, che diventa il canale per entrare nel tessuto della città.

Don Roberto Davanzo e la Caritas Ambrosiana hanno lanciato una proposta concreta: sospendere gli sgomberi d’inverno. Che ne pensa?
Una proposta assolutamente condivisibile. La Comunità di Sant’Egidio lavora insieme e dentro la Chiesa ambrosiana. Non solo concordiamo su ciò che dice don Roberto, ma lavoriamo insieme. La proposta di una moratoria degli sgomberi in realtà viene fatto ogni anno dalla Chiesa e dall’associazionismo cattolico, e trova anche l’attenzione dell’associazionismo laico, richiamando le istituzioni alle condizioni di vita di queste persone. Se c’è attenzione alla fragilità – come il Comune rivolge verso i senza dimora con le tende di accoglienza sul piazzale della Stazione Centrale -, a maggior ragione ci deve essere quando sono coinvolti bambini in una fase di integrazione scolastica.

Direttive internazionali ed europee prevedono che gli sgomberi siano fatti cercando preventivamente alternative percorribili. Non crede che questo sia l’obiettivo sul quale far convergere tutte le realtà del volontariato e della politica?
Questo dovrebbe essere il percorso da farsi. Sul superamento dei campi nomadi credo siano d’accordo le stesse persone che ci vivono. E le possibilità ci sono. I percorsi di integrazione sono possibili anche in un periodo di difficoltà economica, che nessuno nega. La Caritas e un gruppo di avvocati vigilano sulla situazione anche dal punto di vista legale: il Comune afferma di eseguire disposizioni europee, ma la normativa europea dice che bisogna garantire alternative e trovare modalità per garantire sicurezza a queste persone.

Il recente documento del Decanato di Rho auspica la possibilità concreta di trovare soluzioni abitative, ma «fino al momento in cui non c’è il “meglio” definitivo, è utile mantenere il “meno peggio” provvisorio»…
Il documento è molto interessante. Ancora una volta la Chiesa si fa promotrice della difesa dei più deboli sollecitando una responsabilità come cristiani e come cittadini. Non possiamo negare che viviamo in un clima di grande tensione e, a volte, proprio di violenza. Mi sembra che la Chiesa richiami tutti, in maniera molto alta, alla loro responsabilità, a creare un clima di accoglienza. Il passaggio sul “meno peggio” è una proposta molto pragmatica. Non costruiamo utopie o progetti che non stanno né in cielo, né in terra: guardiamo la situazione e andiamo, come sempre fa la Chiesa, a conoscere, una per una, quelle famiglie, quei genitori, quei bambini e quegli adulti. Forse è questa la differenza: individuare un gruppo etnico, rischiando sempre di scivolare verso la xenofobia, oppure riconoscere la centralità della persona. Da li si possono costruire dei discorsi veri e quel “meno peggio” si può superare. Martedì 9 febbraio, alle operazioni di sgombero delle famiglie rom da Chiaravalle (più di 120 persone, la metà delle quali bambini), erano presenti tre volontari della Comunità di Sant’Egidio, tra cui Andrea Marcante: «Ogni sgombero interessa sempre le stesse persone, spostate da una parte all’altra della città, che poi finiscono per tornare negli stessi luoghi».Alcuni dei bambini coinvolti nello sgombero sono seguiti da volontari della Comunità di Sant’Egidio per la frequenza scolastica…Uno dei primi interventi che la Comunità svolge con persone rom è proprio l’integrazione e la tutela dei minori. La scuola è sicuramente il primo canale di integrazione e in questa situazione è forse l’unica istituzione che dà una risposta chiara in termini di accoglienza.Nonostante le circostanze, i bambini rom vanno a scuola?È interessante la storia di una famiglia rom proveniente da via Rubattino, con un bambino alle elementari e una ragazza in prima media. Ancora oggi i due fratelli frequentano la scuola nel quartiere di via Rubattino, dove c’è stato un bellissimo inserimento scolastico e un’attenzione da parte delle persone del quartiere. Anche il giorno dello sgombero, il fratello maggiore, 15 anni, si è alzato alle 6.30 per accompagnare a scuola i fratelli.Gli sgomberi rischiano di vanificare l’integrazione scolastica?Gli sgomberi rompono questo processo. Un lavoro non facile, ma compiuto dagli insegnanti con molta professionalità ed energia e che fa mutare lo sguardo rispetto alla città. Gli stessi genitori iniziano a capire l’importanza della scuola, che diventa il canale per entrare nel tessuto della città.Don Roberto Davanzo e la Caritas Ambrosiana hanno lanciato una proposta concreta: sospendere gli sgomberi d’inverno. Che ne pensa?Una proposta assolutamente condivisibile. La Comunità di Sant’Egidio lavora insieme e dentro la Chiesa ambrosiana. Non solo concordiamo su ciò che dice don Roberto, ma lavoriamo insieme. La proposta di una moratoria degli sgomberi in realtà viene fatto ogni anno dalla Chiesa e dall’associazionismo cattolico, e trova anche l’attenzione dell’associazionismo laico, richiamando le istituzioni alle condizioni di vita di queste persone. Se c’è attenzione alla fragilità – come il Comune rivolge verso i senza dimora con le tende di accoglienza sul piazzale della Stazione Centrale -, a maggior ragione ci deve essere quando sono coinvolti bambini in una fase di integrazione scolastica.Direttive internazionali ed europee prevedono che gli sgomberi siano fatti cercando preventivamente alternative percorribili. Non crede che questo sia l’obiettivo sul quale far convergere tutte le realtà del volontariato e della politica? Questo dovrebbe essere il percorso da farsi. Sul superamento dei campi nomadi credo siano d’accordo le stesse persone che ci vivono. E le possibilità ci sono. I percorsi di integrazione sono possibili anche in un periodo di difficoltà economica, che nessuno nega. La Caritas e un gruppo di avvocati vigilano sulla situazione anche dal punto di vista legale: il Comune afferma di eseguire disposizioni europee, ma la normativa europea dice che bisogna garantire alternative e trovare modalità per garantire sicurezza a queste persone.Il recente documento del Decanato di Rho auspica la possibilità concreta di trovare soluzioni abitative, ma «fino al momento in cui non c’è il “meglio” definitivo, è utile mantenere il “meno peggio” provvisorio»… Il documento è molto interessante. Ancora una volta la Chiesa si fa promotrice della difesa dei più deboli sollecitando una responsabilità come cristiani e come cittadini. Non possiamo negare che viviamo in un clima di grande tensione e, a volte, proprio di violenza. Mi sembra che la Chiesa richiami tutti, in maniera molto alta, alla loro responsabilità, a creare un clima di accoglienza. Il passaggio sul “meno peggio” è una proposta molto pragmatica. Non costruiamo utopie o progetti che non stanno né in cielo, né in terra: guardiamo la situazione e andiamo, come sempre fa la Chiesa, a conoscere, una per una, quelle famiglie, quei genitori, quei bambini e quegli adulti. Forse è questa la differenza: individuare un gruppo etnico, rischiando sempre di scivolare verso la xenofobia, oppure riconoscere la centralità della persona. Da li si possono costruire dei discorsi veri e quel “meno peggio” si può superare.

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