Un dibattito con le realtà impegnate da anni per l'integrazione di una comunità complessa

a cura di Pino NARDI
Redazione

Un no chiaro e netto alla politica degli sgomberi dei campi rom, che rappresentano solo uno spreco di denaro pubblico. Perché se non si creano le condizioni di un’alternativa dignitosa, si sposta il problema da una via all’altra. Le risorse economiche, che ci sono (a disposizione di Milano ci sono ben 13 milioni di euro), possono invece essere destinate a garantire una stabilità seria, a soluzioni abitative, a percorsi di inserimento, al sostegno alle positive esperienze scolastiche: insomma al rispetto della dignità della persona, di cui i rom, come chiunque, hanno diritto. Perché solo questo consente la vera sicurezza per tutti, nella legalità.
È quanto emerge dal “forum” promosso da Milano Sette, inserto domenicale di Avvenire, tra diverse realtà impegnate nella difficile e complessa questione rom. Che si rimboccano le maniche da anni per dare risposte ai tanti, troppi problemi, che affliggono una comunità molto diversificata, i cui numeri (circa 2 mila) sono sproporzionati rispetto all’allarme sociale che viene alimentato. Ma la cronaca riporta tutti alla drammaticità delle condizioni di vita, con la morte del tredicenne nell’incendio della baracca in via Novara.
Al “forum” hanno partecipato don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana; don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità; Valerio Pedroni dei Padri Somaschi; Elisabetta Cimoli, responsabile del Servizio con i rom della Comunità di S. Egidio; Anna Busnelli, responsabile immigrazione delle Acli milanesi.
Pedroni. La situazione si è aggravata. Avevamo creduto che lo sgombero di via Rubattino fosse un momento di svolta rispetto alla storia dei campi abusivi nel movimento e nella mobilitazione di persone dagli insegnanti ai privati cittadini. In realtà poi c’è stata l’escalation degli sgomberi, che non ha guardato all’emergenza freddo e all’aggravarsi delle condizioni meterologiche. È proseguita riguardando sempre quello stesso gruppo di 500 rom da Bovisasca, a Rubattino, a Chiaravalle. Mi sembra significativo l’episodio dell’altro giorno, di questa donna morta a seguito delle botte del marito. Quelle persone le conosciamo benissimo, e lui è sempre stato molto posato anche negli interventi. L’avevamo assistito per un lavoro, è una persona normalissima, non uno di quelli che nei campi si picchiano. Il fatto che sia giunto a commettere un episodio del genere denota che le condizioni di vita sue e del suo nucleo familiare erano arrivate a una degenerazione tale che porta a non riuscire a contenere l’aggressività.

Continua a leggere… Un no chiaro e netto alla politica degli sgomberi dei campi rom, che rappresentano solo uno spreco di denaro pubblico. Perché se non si creano le condizioni di un’alternativa dignitosa, si sposta il problema da una via all’altra. Le risorse economiche, che ci sono (a disposizione di Milano ci sono ben 13 milioni di euro), possono invece essere destinate a garantire una stabilità seria, a soluzioni abitative, a percorsi di inserimento, al sostegno alle positive esperienze scolastiche: insomma al rispetto della dignità della persona, di cui i rom, come chiunque, hanno diritto. Perché solo questo consente la vera sicurezza per tutti, nella legalità.È quanto emerge dal “forum” promosso da Milano Sette, inserto domenicale di Avvenire, tra diverse realtà impegnate nella difficile e complessa questione rom. Che si rimboccano le maniche da anni per dare risposte ai tanti, troppi problemi, che affliggono una comunità molto diversificata, i cui numeri (circa 2 mila) sono sproporzionati rispetto all’allarme sociale che viene alimentato. Ma la cronaca riporta tutti alla drammaticità delle condizioni di vita, con la morte del tredicenne nell’incendio della baracca in via Novara.Al “forum” hanno partecipato don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana; don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità; Valerio Pedroni dei Padri Somaschi; Elisabetta Cimoli, responsabile del Servizio con i rom della Comunità di S. Egidio; Anna Busnelli, responsabile immigrazione delle Acli milanesi.Pedroni. La situazione si è aggravata. Avevamo creduto che lo sgombero di via Rubattino fosse un momento di svolta rispetto alla storia dei campi abusivi nel movimento e nella mobilitazione di persone dagli insegnanti ai privati cittadini. In realtà poi c’è stata l’escalation degli sgomberi, che non ha guardato all’emergenza freddo e all’aggravarsi delle condizioni meterologiche. È proseguita riguardando sempre quello stesso gruppo di 500 rom da Bovisasca, a Rubattino, a Chiaravalle. Mi sembra significativo l’episodio dell’altro giorno, di questa donna morta a seguito delle botte del marito. Quelle persone le conosciamo benissimo, e lui è sempre stato molto posato anche negli interventi. L’avevamo assistito per un lavoro, è una persona normalissima, non uno di quelli che nei campi si picchiano. Il fatto che sia giunto a commettere un episodio del genere denota che le condizioni di vita sue e del suo nucleo familiare erano arrivate a una degenerazione tale che porta a non riuscire a contenere l’aggressività.Continua a leggere… – Valerio�Pedroni –

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