Va ripensato il Welfare, secondo l'analisi compiuta dal Rapporto sulla Città della Fondazione Ambrosianeum

di Pino NARDI
Redazione

«Per lungo tempo la “Milano dal cuore in mano”, la capitale del non profit e del volontariato ha permeato l’immaginario collettivo. La Milano solidale è però oggi in difficoltà: sferzata dalla crisi ed esasperata negli animi, rischia davvero di trovarsi “smarrita”, frammentata e indurita di fronte alle difficoltà, alla paura, all’incertezza, alla complessità del momento attuale, come ha sottolineato il cardinale Tettamanzi. Come noto, l’Arcivescovo ambrosiano è tornato insistentemente e con forza, con le parole e con i fatti, a richiamare ciascuno, e le istituzioni in primis, a farsi carico degli ultimi, a rifuggire da atteggiamenti di ripiegamento, chiusura, intolleranza, che minano la possibilità di costruire una città coesa: la solidarietà che si vorrebbe distintiva di Milano non si è persa, e se ne possono rintracciare i volti e le forme buone che assume. Certo, occorre che questi volti e queste forme siano portati in primo piano per darvi risalto e scoprire quanto siano effettivamente capaci di risolversi in agire concreto, in risposte efficaci».
È l’analisi della sociologa della Cattolica Rosangela Lodigiani, contenuta nell’introduzione del Rapporto sulla città Milano 2010 (FrancoAngeli, 246 pagine, 22 euro). Giunto alla 18esima edizione, il tradizionale studio della Fondazione Ambrosianeum quest’anno è stato curato proprio da Lodigiani, che ha preso il testimone da Eugenio Zucchetti, prematuramente scomparso lo scorso anno.
Al centro della riflessione è il Welfare ambrosiano: «Significa partire dall’immagine di sé che Milano ha sempre cercato di accreditare, quella di città solidale – dice Lodigiani – senza però assumerla come un dato di fatto, anzi mettendola alla prova proprio nel momento in cui il manifestarsi a livello locale degli effetti della crisi globale porta con sé il rischio di smarrire una progettualità individuale e collettiva, di arretrare sulle capacità di accoglienza e solidarietà allargata». In questo senso, «definire Milano una welfare city è forse più un’ambizione che un riconoscimento. Ma – afferma la sociologa – proprio con essa vale la pena di confrontarsi per provare a fare riemergere quella Milano solidale che è oggi in difficoltà».
La crisi colpisce duro sul fronte economico, ma soprattutto su quello del lavoro, mettendo alla prova un sistema di protezione sociale ambrosiano. Anche perché parlare di Welfare vuol dire non solo parlare di servizi, ma significa «mettere a tema un’idea di società, di rapporto tra cittadinanza e istituzioni, tra responsabilità individuali e collettive. La realtà urbana – prosegue – si configura come il luogo principe in cui si misura la capacità di una collettività di creare benessere, costruire coesione sociale, gestire i fenomeni di vulnerabilità, marginalizzazione, disuguaglianza». E Milano, continua Lodigiani, per più motivi si presenta al riguardo come «un’esperienza esemplare, dimostrativa e istruttiva».
Il Welfare locale si regge su tre pilastri: il lavoro e il sistema produttivo; le famiglie; il capitale sociale depositato nel tessuto relazionale della città. La solidità di questi tre pilastri è però oggi minata: disoccupazione, crisi delle imprese, sfilacciarsi dei legami sociali, impoverimento, solitudine, ne sono alcuni indicatori. Per poter continuare a reggere il Welfare cittadino, questi pilastri hanno bisogno di interventi che sappiano guardare al futuro.
La crisi può allora costituire «un’opportunità per un esercizio di innovazione, di creatività istituzionale e sociale» e una chance per ripensare lo sviluppo di Milano, in almeno due direzioni. «La prima direzione spinge all’adozione di un nuovo modus vivendi, caratterizzato da un più equilibrato e sostenibile rapporto con l’ambiente, da scelte di consumo consapevoli, dalla capacità di coniugare sobrietà e solidarietà. La seconda direzione, ancora più radicale e profonda, prende le mosse dalla ricerca di una rinnovata visione antropologica». «Sono le famiglie a portare il carico più pesante – prosegue Lodigiani -. Sotto questo carico si trovano in difficoltà e spesso sole. La questione della conciliazione lavorativa si pone come banco di prova riguardo al benessere delle famiglie».
Per questo il Rapporto 2010 lancia l’idea di un «Patto Milano per la conciliazione», per affrontare la questione a livello di società locale, coinvolgendo di più le imprese, che possono su questo giocarsi in modo concreto il loro impegno in termini di responsabilità sociale. «Contro ogni concezione iperindividualizzata dell’essere umano – conclude Lodigiani – al centro del Welfare attivo va posta la persona nella sua integrità e dignità, col suo radicamento in reti di socialità, con le sue capacità, le sue fragilità e i suoi limiti, il suo bisogno di riconoscimento reciproco e la sua inter-dipendenza dagli altri». «Per lungo tempo la “Milano dal cuore in mano”, la capitale del non profit e del volontariato ha permeato l’immaginario collettivo. La Milano solidale è però oggi in difficoltà: sferzata dalla crisi ed esasperata negli animi, rischia davvero di trovarsi “smarrita”, frammentata e indurita di fronte alle difficoltà, alla paura, all’incertezza, alla complessità del momento attuale, come ha sottolineato il cardinale Tettamanzi. Come noto, l’Arcivescovo ambrosiano è tornato insistentemente e con forza, con le parole e con i fatti, a richiamare ciascuno, e le istituzioni in primis, a farsi carico degli ultimi, a rifuggire da atteggiamenti di ripiegamento, chiusura, intolleranza, che minano la possibilità di costruire una città coesa: la solidarietà che si vorrebbe distintiva di Milano non si è persa, e se ne possono rintracciare i volti e le forme buone che assume. Certo, occorre che questi volti e queste forme siano portati in primo piano per darvi risalto e scoprire quanto siano effettivamente capaci di risolversi in agire concreto, in risposte efficaci».È l’analisi della sociologa della Cattolica Rosangela Lodigiani, contenuta nell’introduzione del Rapporto sulla città Milano 2010 (FrancoAngeli, 246 pagine, 22 euro). Giunto alla 18esima edizione, il tradizionale studio della Fondazione Ambrosianeum quest’anno è stato curato proprio da Lodigiani, che ha preso il testimone da Eugenio Zucchetti, prematuramente scomparso lo scorso anno.Al centro della riflessione è il Welfare ambrosiano: «Significa partire dall’immagine di sé che Milano ha sempre cercato di accreditare, quella di città solidale – dice Lodigiani – senza però assumerla come un dato di fatto, anzi mettendola alla prova proprio nel momento in cui il manifestarsi a livello locale degli effetti della crisi globale porta con sé il rischio di smarrire una progettualità individuale e collettiva, di arretrare sulle capacità di accoglienza e solidarietà allargata». In questo senso, «definire Milano una welfare city è forse più un’ambizione che un riconoscimento. Ma – afferma la sociologa – proprio con essa vale la pena di confrontarsi per provare a fare riemergere quella Milano solidale che è oggi in difficoltà».La crisi colpisce duro sul fronte economico, ma soprattutto su quello del lavoro, mettendo alla prova un sistema di protezione sociale ambrosiano. Anche perché parlare di Welfare vuol dire non solo parlare di servizi, ma significa «mettere a tema un’idea di società, di rapporto tra cittadinanza e istituzioni, tra responsabilità individuali e collettive. La realtà urbana – prosegue – si configura come il luogo principe in cui si misura la capacità di una collettività di creare benessere, costruire coesione sociale, gestire i fenomeni di vulnerabilità, marginalizzazione, disuguaglianza». E Milano, continua Lodigiani, per più motivi si presenta al riguardo come «un’esperienza esemplare, dimostrativa e istruttiva».Il Welfare locale si regge su tre pilastri: il lavoro e il sistema produttivo; le famiglie; il capitale sociale depositato nel tessuto relazionale della città. La solidità di questi tre pilastri è però oggi minata: disoccupazione, crisi delle imprese, sfilacciarsi dei legami sociali, impoverimento, solitudine, ne sono alcuni indicatori. Per poter continuare a reggere il Welfare cittadino, questi pilastri hanno bisogno di interventi che sappiano guardare al futuro.La crisi può allora costituire «un’opportunità per un esercizio di innovazione, di creatività istituzionale e sociale» e una chance per ripensare lo sviluppo di Milano, in almeno due direzioni. «La prima direzione spinge all’adozione di un nuovo modus vivendi, caratterizzato da un più equilibrato e sostenibile rapporto con l’ambiente, da scelte di consumo consapevoli, dalla capacità di coniugare sobrietà e solidarietà. La seconda direzione, ancora più radicale e profonda, prende le mosse dalla ricerca di una rinnovata visione antropologica». «Sono le famiglie a portare il carico più pesante – prosegue Lodigiani -. Sotto questo carico si trovano in difficoltà e spesso sole. La questione della conciliazione lavorativa si pone come banco di prova riguardo al benessere delle famiglie».Per questo il Rapporto 2010 lancia l’idea di un «Patto Milano per la conciliazione», per affrontare la questione a livello di società locale, coinvolgendo di più le imprese, che possono su questo giocarsi in modo concreto il loro impegno in termini di responsabilità sociale. «Contro ogni concezione iperindividualizzata dell’essere umano – conclude Lodigiani – al centro del Welfare attivo va posta la persona nella sua integrità e dignità, col suo radicamento in reti di socialità, con le sue capacità, le sue fragilità e i suoi limiti, il suo bisogno di riconoscimento reciproco e la sua inter-dipendenza dagli altri». – – Garzonio: serve una reazione d’orgoglio – Il lavoro e il Fondo – I Gruppi d’acquisto – Bambini e asili – L’esclusione sociale

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