Fabio Molon e Simone Arienti, seminaristi di quarta teologia, hanno affiancato il cappellano di Busto Arsizio svolgendo attività�pastorali con i�reclusi

Luisa BOVE
Redazione

«Siamo molto grati al Seminario che ci ha permesso di vivere questa esperienza», dice Fabio Molon a nome anche di Simone Arienti, i due seminaristi di quarta teologia che ogni fine settimana sono andati al carcere di Busto Arsizio. Altri tre compagni hanno frequentato San Vittore e due il Beccaria. Ogni anno infatti alcuni futuri preti vengono destinati alla «pastorale speciale» presso ospedali, istituti di pena, centri per disabili…
Da settembre a maggio Fabio e Simone hanno collaborato con don Silvano Brambilla, il cappellano della Casa circondariale di Busto, impegnandosi in diversi servizi. «L’esperienza di quest’anno mi ha insegnato a non avere paura dell’uomo, anche se straniero o delinquente – spiega Molon -, soprattutto ho imparato a incontrarlo, al di là delle etichette che si porta addosso. In carcere noi chiamiamo i detenuti per nome, ma dopo un anno di molti non conosciamo neanche il reato che hanno commesso».
Ogni domenica mattina alle 8.45 partecipano alla Messa oltre un centinaio di detenuti delle 4 sezioni comuni, mentre per i tossicodipendenti e i «protetti» la celebrazione avviene in un giorno feriale. Alla Messa festiva non sono ammessi cori o gruppi esterni per motivi di «sicurezza», dice Fabio, «perché si svolge in un grande salone (a differenza di San Vittore) e quindi c’è il contatto diretto con i reclusi. È possibile salutarsi, abbracciarsi e scambiarsi il segno della pace…». Un volontario suona la pianola, un detenuto la chitarra elettrica per accompagnare il canto di tutti. Il sabato pomeriggio invece la catechesi si svolge nelle sezioni comuni con quattro gruppi di detenuti ed è tenuta rispettivamente dai due seminaristi, una suora e catechiste volontarie. Durante i tempi «forti» dell’anno liturgico (Avvento e Quaresima) vengono commentate le letture della domenica, «per il resto quest’anno si è scelto di fare un cammino di conoscenza di Paolo (conversione, missione, comunità…) cercando sempre di creare un clima di dialogo e chiedendo a tutti di ascoltarsi e conoscersi, anche perché», spiega Fabio, «al gruppo partecipano cristiani e musulmani». Oltre a tener conto quindi della presenza di religioni diverse, si toccano temi come il rispetto e il perdono. «È stata un’esperienza bella e anche molto forte in cui si è visto come il dialogo sia possibile».
Non meno significativa è stata «l’esperienza di accompagnamento in vista dei sacramenti per quei detenuti che durante il tempo del carcere vogliono completare il cammino di iniziazione cristiana», dice Molon. Si tratta di percorsi personalizzati: da una parte si ripercorre con i catecumeni «la storia della salvezza» e dall’altra, «alla luce di quello che viene letto e spiegato, si cerca di rileggere la propria vita».
In aprile nel carcere di Busto due giovani stranieri hanno ricevuto il battesimo, mentre altri 10 reclusi (la metà italiani) sono stati cresimati dal prevosto monsignor Franco Agnesi. «Lo stupore di quest’anno – conclude il seminarista – è stato vedere questi cammini di fede, ma anche accorgersi che abbiamo un’idea di carcere molto diversa dalla realtà, sia per come si svolge la vita “dentro”, sia per le persone detenute: la sofferenza di chi si pente o di chi vive la lontananza, la povertà e l’abbandono».
L’esperienza vissuta lascerà un segno nella vita di Fabio che «in previsione a diventare prete», dice, «ho capito che devo imparare a essere al servizio di tutti, non solo di quelli che sono più vicini alle iniziative della parrocchia o al cammino della diocesi». «Siamo molto grati al Seminario che ci ha permesso di vivere questa esperienza», dice Fabio Molon a nome anche di Simone Arienti, i due seminaristi di quarta teologia che ogni fine settimana sono andati al carcere di Busto Arsizio. Altri tre compagni hanno frequentato San Vittore e due il Beccaria. Ogni anno infatti alcuni futuri preti vengono destinati alla «pastorale speciale» presso ospedali, istituti di pena, centri per disabili…Da settembre a maggio Fabio e Simone hanno collaborato con don Silvano Brambilla, il cappellano della Casa circondariale di Busto, impegnandosi in diversi servizi. «L’esperienza di quest’anno mi ha insegnato a non avere paura dell’uomo, anche se straniero o delinquente – spiega Molon -, soprattutto ho imparato a incontrarlo, al di là delle etichette che si porta addosso. In carcere noi chiamiamo i detenuti per nome, ma dopo un anno di molti non conosciamo neanche il reato che hanno commesso».Ogni domenica mattina alle 8.45 partecipano alla Messa oltre un centinaio di detenuti delle 4 sezioni comuni, mentre per i tossicodipendenti e i «protetti» la celebrazione avviene in un giorno feriale. Alla Messa festiva non sono ammessi cori o gruppi esterni per motivi di «sicurezza», dice Fabio, «perché si svolge in un grande salone (a differenza di San Vittore) e quindi c’è il contatto diretto con i reclusi. È possibile salutarsi, abbracciarsi e scambiarsi il segno della pace…». Un volontario suona la pianola, un detenuto la chitarra elettrica per accompagnare il canto di tutti. Il sabato pomeriggio invece la catechesi si svolge nelle sezioni comuni con quattro gruppi di detenuti ed è tenuta rispettivamente dai due seminaristi, una suora e catechiste volontarie. Durante i tempi «forti» dell’anno liturgico (Avvento e Quaresima) vengono commentate le letture della domenica, «per il resto quest’anno si è scelto di fare un cammino di conoscenza di Paolo (conversione, missione, comunità…) cercando sempre di creare un clima di dialogo e chiedendo a tutti di ascoltarsi e conoscersi, anche perché», spiega Fabio, «al gruppo partecipano cristiani e musulmani». Oltre a tener conto quindi della presenza di religioni diverse, si toccano temi come il rispetto e il perdono. «È stata un’esperienza bella e anche molto forte in cui si è visto come il dialogo sia possibile».Non meno significativa è stata «l’esperienza di accompagnamento in vista dei sacramenti per quei detenuti che durante il tempo del carcere vogliono completare il cammino di iniziazione cristiana», dice Molon. Si tratta di percorsi personalizzati: da una parte si ripercorre con i catecumeni «la storia della salvezza» e dall’altra, «alla luce di quello che viene letto e spiegato, si cerca di rileggere la propria vita».In aprile nel carcere di Busto due giovani stranieri hanno ricevuto il battesimo, mentre altri 10 reclusi (la metà italiani) sono stati cresimati dal prevosto monsignor Franco Agnesi. «Lo stupore di quest’anno – conclude il seminarista – è stato vedere questi cammini di fede, ma anche accorgersi che abbiamo un’idea di carcere molto diversa dalla realtà, sia per come si svolge la vita “dentro”, sia per le persone detenute: la sofferenza di chi si pente o di chi vive la lontananza, la povertà e l’abbandono».L’esperienza vissuta lascerà un segno nella vita di Fabio che «in previsione a diventare prete», dice, «ho capito che devo imparare a essere al servizio di tutti, non solo di quelli che sono più vicini alle iniziative della parrocchia o al cammino della diocesi».

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