Le nuove toghe di sei magistrati milanesi provengono dalla sartoria di "Alice", una cooperativa che crea percorsi di reinserimento sociale e lavorativo per le recluse a Bollate. E altre "commesse" sono in arrivo...

Cristina CONTI
Redazione

Reinserirsi nella società, imparare un mestiere per essere utili al prossimo. Ma sopratutto cambiare vita. Con questo intento le detenute del carcere di Bollate si sono messe all’opera e hanno confezionato con le loro mani sei toghe per i magistrati milanesi. L’iniziativa è nata da un’idea di Giovanna Di Rosa, giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano.
La realizzazione è stata affidata alla Cooperativa Alice, una cooperativa sociale che gestisce laboratori di sartoria. Nata nel 1992 all’interno del carcere di San Vittore, crea percorsi di reinserimento sociale centrati sulla partecipazione della persona ad attività formative e lavorative, in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e con i Servizi Sociali del Comune di Milano. La missione di Alice si concentra prevalentemente sulle forme di impresa sociale innovative, al fine di coniugare l’equità economica alla solidarietà. Una scelta ambiziosa e sicuramente utile per creare attorno alle detenute una rete di relazioni e agevolare il loro ritorno nella comunità. Compito della Cooperativa, infatti, è instaurare contatti e collaborazioni con imprese terze al fine di consentire un definitivo inserimento lavorativo per quanti hanno vissuto una precedente esperienza in carcere.
Il primo ad acquistare una toga è stato Paolo Ielo, che ha lavorato per diversi anni a Milano prima come sostituto procuratore e poi come giudice e ora è tornato a Roma in qualità di magistrato. E il debutto in aula con il nuovo mantello è di questi giorni: «È stata un’occasione servita anche ad avvicinare sul piano umano giudici e giudicati», ha commentato Ielo.
Quindici magistrati sono andati in carcere a farsi prendere le misure. Con grande gioia delle detenute, che hanno accolto l’iniziativa con entusiasmo. «Questa esperienza è stata per noi il primo passo per tornare fuori a testa alta, consapevoli di aver sbagliato, ma anche pronte a guadagnarci da vivere», hanno commentato. E di certo per i prossimi giorni il lavoro non mancherà: ormai, infatti, la notizia si sta diffondendo via mail anche tra gli altri colleghi togati via e gli ordini stanno arrivando senza sosta. Reinserirsi nella società, imparare un mestiere per essere utili al prossimo. Ma sopratutto cambiare vita. Con questo intento le detenute del carcere di Bollate si sono messe all’opera e hanno confezionato con le loro mani sei toghe per i magistrati milanesi. L’iniziativa è nata da un’idea di Giovanna Di Rosa, giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano.La realizzazione è stata affidata alla Cooperativa Alice, una cooperativa sociale che gestisce laboratori di sartoria. Nata nel 1992 all’interno del carcere di San Vittore, crea percorsi di reinserimento sociale centrati sulla partecipazione della persona ad attività formative e lavorative, in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e con i Servizi Sociali del Comune di Milano. La missione di Alice si concentra prevalentemente sulle forme di impresa sociale innovative, al fine di coniugare l’equità economica alla solidarietà. Una scelta ambiziosa e sicuramente utile per creare attorno alle detenute una rete di relazioni e agevolare il loro ritorno nella comunità. Compito della Cooperativa, infatti, è instaurare contatti e collaborazioni con imprese terze al fine di consentire un definitivo inserimento lavorativo per quanti hanno vissuto una precedente esperienza in carcere.Il primo ad acquistare una toga è stato Paolo Ielo, che ha lavorato per diversi anni a Milano prima come sostituto procuratore e poi come giudice e ora è tornato a Roma in qualità di magistrato. E il debutto in aula con il nuovo mantello è di questi giorni: «È stata un’occasione servita anche ad avvicinare sul piano umano giudici e giudicati», ha commentato Ielo.Quindici magistrati sono andati in carcere a farsi prendere le misure. Con grande gioia delle detenute, che hanno accolto l’iniziativa con entusiasmo. «Questa esperienza è stata per noi il primo passo per tornare fuori a testa alta, consapevoli di aver sbagliato, ma anche pronte a guadagnarci da vivere», hanno commentato. E di certo per i prossimi giorni il lavoro non mancherà: ormai, infatti, la notizia si sta diffondendo via mail anche tra gli altri colleghi togati via e gli ordini stanno arrivando senza sosta.

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