Nell'ultimo anno 1600 donne si sono rivolte al Cav di Milano: tra loro co.co.co e collaboratrici a progetto che temevano di perdere il posto, colf e badanti assillate dalla paura di rimanere senza impiego, casa e permesso di soggiorno

di Cristina CONTI
Redazione

È aumentato del 15% il numero delle donne che chiedono di abortire per problemi di lavoro. E il Centro di aiuto alla vita di Milano lancia l’allarme. Nell’ultimo anno 1600 donne si sono rivolte al centro, tra co.co.co che avevano paura di perdere il posto, collaboratrici a progetto che temevano di non vedersi rinnovare il contratto, ma anche colf e badanti assillate dalla paura di rimanere senza lavoro, casa e permesso di soggiorno.
«Succede soprattutto a donne italiane, e ho casi chiari in mente, che hanno un contratto a termine – spiega Paola Marozzi Bonzi, fondatrice e direttrice del Centro Aiuto alla vita, che da 25 anni opera nella Clinica Mangiagalli -. E se si trovano in gravidanza il contratto non viene loro rinnovato, cosa che a volte porta a scegliere di abortire per non perdere il lavoro e per le difficoltà economiche». La donna precaria non ha più l’assistenza dall’Inps per la maternità e teme di non avere abbastanza denaro per far fronte a tutte le spese che avere un figlio comporta.
Il problema non riguarda solo le italiane. Sono sempre più, infatti, le straniere che vedono nell’aborto una soluzione per continuare a lavorare e rimanere nel nostro Paese. «Capita spesso a molte badanti o colf: quando informano il loro datore di lavoro della gravidanza, questo dice loro di abortire o di andarsene: e così rischiano di perdere in un colpo solo sia il lavoro, sia il posto letto», aggiunge la Morozzi Bonzi.
Per venire in aiuto a chi si trova in difficoltà, da diversi anni il Centro di aiuto alla vita porta avanti il Progetto Gemma, che prevede l’adozione prenatale a distanza: «È importante poter offrire una prospettiva di sostegno economico. In questo senso il “Progetto Gemma” è stata un’ancora di salvezza per evitare aborti». Ma per poterlo estendere al numero più alto possibile di donne servono molti soldi: «Ci vorrebbero circa 4-5 mila euro per ciascuna donna a rischio di aborto, e queste sono circa 600-700 all’anno. In pratica, servirebbero all’incirca 1,2 milioni di euro», conclude. Così il Centro di aiuto alla vita alla Mangiagalli sta lanciando diverse iniziative per raccogliere fondi da destinare all’assistenza delle future mamme. È aumentato del 15% il numero delle donne che chiedono di abortire per problemi di lavoro. E il Centro di aiuto alla vita di Milano lancia l’allarme. Nell’ultimo anno 1600 donne si sono rivolte al centro, tra co.co.co che avevano paura di perdere il posto, collaboratrici a progetto che temevano di non vedersi rinnovare il contratto, ma anche colf e badanti assillate dalla paura di rimanere senza lavoro, casa e permesso di soggiorno.«Succede soprattutto a donne italiane, e ho casi chiari in mente, che hanno un contratto a termine – spiega Paola Marozzi Bonzi, fondatrice e direttrice del Centro Aiuto alla vita, che da 25 anni opera nella Clinica Mangiagalli -. E se si trovano in gravidanza il contratto non viene loro rinnovato, cosa che a volte porta a scegliere di abortire per non perdere il lavoro e per le difficoltà economiche». La donna precaria non ha più l’assistenza dall’Inps per la maternità e teme di non avere abbastanza denaro per far fronte a tutte le spese che avere un figlio comporta.Il problema non riguarda solo le italiane. Sono sempre più, infatti, le straniere che vedono nell’aborto una soluzione per continuare a lavorare e rimanere nel nostro Paese. «Capita spesso a molte badanti o colf: quando informano il loro datore di lavoro della gravidanza, questo dice loro di abortire o di andarsene: e così rischiano di perdere in un colpo solo sia il lavoro, sia il posto letto», aggiunge la Morozzi Bonzi.Per venire in aiuto a chi si trova in difficoltà, da diversi anni il Centro di aiuto alla vita porta avanti il Progetto Gemma, che prevede l’adozione prenatale a distanza: «È importante poter offrire una prospettiva di sostegno economico. In questo senso il “Progetto Gemma” è stata un’ancora di salvezza per evitare aborti». Ma per poterlo estendere al numero più alto possibile di donne servono molti soldi: «Ci vorrebbero circa 4-5 mila euro per ciascuna donna a rischio di aborto, e queste sono circa 600-700 all’anno. In pratica, servirebbero all’incirca 1,2 milioni di euro», conclude. Così il Centro di aiuto alla vita alla Mangiagalli sta lanciando diverse iniziative per raccogliere fondi da destinare all’assistenza delle future mamme.

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