Con l'iniziativa «Una piantina per rinascere» si conclude il percorso proposto da Pastorale giovanile e Caritas Ambrosiana. Circa 200 gli iscritti al laboratorio che ha previsto anche l'incontro con i cappellani e i reclusi negli istituti di pena presenti in diocesi

Luisa BOVE
Redazione

Si concluso nei giorni scorsi, con l’ultima vendita di margherite coltivate nella casa di reclusione di Bollate, il laboratorio «Giovani e carcere», realizzato in collaborazione con la Pastorale giovanile e la Caritas Ambrosiana. Questa iniziativa, intitolata «Una piantina per rinascere», è nata per sostenere le attività di Casa Onesimo per il reinserimento di ex detenuti. Finora sono state vendute 4 mila piante nelle parrocchie e in alcune scuole che hanno aderito al progetto. Le piante hanno un significato simbolico, si tratta infatti delle «margherite dei muri», fiori molto resistenti coltivati tra le mura dell’Istituto di pena.
Bilancio positivo del laboratorio «Giovani e carcere», non solo per la partecipazione di circa 200 iscritti, ma anche per l’interesse che ha suscitato. «I ragazzi sono stati molto contenti del percorso, in particolare dell’incontro con i detenuti», dice il responsabile diocesano don Maurizio Tremolada. Quest’anno il programma prevedeva un convegno iniziale dal titolo «Il carcere, la pena, la giustizia», con l’intervento di Claudia Mazzucato, docente di diritto penale all’Università Cattolica di Milano, «che ha offerto molte piste di riflessione». In particolare, spiega don Tremolada, «ha presentato un modo diverso di intendere la detenzione per riuscire ad applicare quella che lei chiama la pena riparativa». Mazzucato crede a un percorso «che aiuti a riparare il torto rispetto a chi lo ha fatto e a chi lo ha subito», un tema oggi di grande attualità anche perché aumentano le occasioni di incontro tra il reo e la sua vittima. «Questo ha colpito molto i giovani, suscitando un bel dibattito», puntualizza don Tremolada. Molte le domande dei giovani sulla pena e la giustizia, ma anche su aspetti più concreti della vita in carcere.
I ragazzi si sono preparati all’incontro con i detenuti di S. Vittore, Busto Arsizio, Bollate, Varese, Opera, Monza e anche Bergamo dialogando prima con i cappellani dei diversi istituti di pena. «Tutti hanno invitato i giovani a mettersi in gioco, a non entrare in carcere solo per ascoltare, ma anche per raccontarsi». I giovani – reclusi e non – si sono confrontati sulle difficoltà della vita e sulla fede vissuta «dentro» e «fuori» le mura del carcere. «Dopo un iniziale silenzio e imbarazzo, sia loro che nostro – dice Marco -, la conversazione si è “riscaldata” con racconti ed esperienze, dall’adolescenza all’età più matura». Ne sono emerse diverse idee di fede, anche «punitive e terapeutiche», ma più di tutto «sogni, ambizioni e desideri», scoprendo che «le cose in comune sono più di quanto si possa pensare».
Ora don Tremolada si augura che «il laboratorio non rimanga un’iniziativa isolata, ma diventi per i giovani occasione di servizio anche in una realtà come quella del carcere».

Si concluso nei giorni scorsi, con l’ultima vendita di margherite coltivate nella casa di reclusione di Bollate, il laboratorio «Giovani e carcere», realizzato in collaborazione con la Pastorale giovanile e la Caritas Ambrosiana. Questa iniziativa, intitolata «Una piantina per rinascere», è nata per sostenere le attività di Casa Onesimo per il reinserimento di ex detenuti. Finora sono state vendute 4 mila piante nelle parrocchie e in alcune scuole che hanno aderito al progetto. Le piante hanno un significato simbolico, si tratta infatti delle «margherite dei muri», fiori molto resistenti coltivati tra le mura dell’Istituto di pena.Bilancio positivo del laboratorio «Giovani e carcere», non solo per la partecipazione di circa 200 iscritti, ma anche per l’interesse che ha suscitato. «I ragazzi sono stati molto contenti del percorso, in particolare dell’incontro con i detenuti», dice il responsabile diocesano don Maurizio Tremolada. Quest’anno il programma prevedeva un convegno iniziale dal titolo «Il carcere, la pena, la giustizia», con l’intervento di Claudia Mazzucato, docente di diritto penale all’Università Cattolica di Milano, «che ha offerto molte piste di riflessione». In particolare, spiega don Tremolada, «ha presentato un modo diverso di intendere la detenzione per riuscire ad applicare quella che lei chiama la pena riparativa». Mazzucato crede a un percorso «che aiuti a riparare il torto rispetto a chi lo ha fatto e a chi lo ha subito», un tema oggi di grande attualità anche perché aumentano le occasioni di incontro tra il reo e la sua vittima. «Questo ha colpito molto i giovani, suscitando un bel dibattito», puntualizza don Tremolada. Molte le domande dei giovani sulla pena e la giustizia, ma anche su aspetti più concreti della vita in carcere.I ragazzi si sono preparati all’incontro con i detenuti di S. Vittore, Busto Arsizio, Bollate, Varese, Opera, Monza e anche Bergamo dialogando prima con i cappellani dei diversi istituti di pena. «Tutti hanno invitato i giovani a mettersi in gioco, a non entrare in carcere solo per ascoltare, ma anche per raccontarsi». I giovani – reclusi e non – si sono confrontati sulle difficoltà della vita e sulla fede vissuta «dentro» e «fuori» le mura del carcere. «Dopo un iniziale silenzio e imbarazzo, sia loro che nostro – dice Marco -, la conversazione si è “riscaldata” con racconti ed esperienze, dall’adolescenza all’età più matura». Ne sono emerse diverse idee di fede, anche «punitive e terapeutiche», ma più di tutto «sogni, ambizioni e desideri», scoprendo che «le cose in comune sono più di quanto si possa pensare».Ora don Tremolada si augura che «il laboratorio non rimanga un’iniziativa isolata, ma diventi per i giovani occasione di servizio anche in una realtà come quella del carcere». Detenuti di Monza all’udienza del Papa – A ll’udienza del Papa di mercoledì 10 giugno parteciperanno anche due detenuti del carcere di Monza e un ex recluso che ha lavorato presso la falegnameria allestita all’interno dell’istituto di pena. La delegazione consegnerà a Benedetto XVI la «tenda della Parola», una piccola struttura in legno su cui appoggiare il libro della Bibbia, «perché la Parola di Dio abiti nelle case». A realizzare finora i due mila esemplari porta-Bibbia sono stati i detenuti di Monza che lavorano presso la Cooperativa sociale 2000 del consorzio Ex.it. Il progetto era stato presentato al Sinodo dei Vescovi e l’idea era piaciuta molto, di qui l’invito a presentare la piccola creazione artigianale anche al Pontefice. La falegnameria ha lo scopo di insegnare un mestiere ai reclusi e di offrire prospettive lavorative a fine pena. Mercoledì andranno a Roma anche il direttore Massimo Parisi, il sindaco di Monza Marco Mariani, rappresentanti del Dap, della cooperativa ed altri ancora. (L.B.) – Seminaristi in servizio a Busto Arsizio"Girasole", oltre il muro per carcerati e familiariIn un libro storie di umanità cancellataA Bollate un cineforumMusical a Opera

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