Giuseppe LAZZATI dall'intervento al convegno del Gruppo Confronto, 1978
Redazione

Comincerò a dire che cosa, all’Assemblea costituente, portavo io nella coscienza di cittadino. Portavo il senso del Risorgimento culminato nella Prima guerra mondiale, con quello che di positivo essa recava all’unità del Paese raggiunta con l’integrazione anche di quelle parti che erano rimaste escluse dall’unità territoriale e politica, e anche con quanto di negativo quell’esperienza recava. Portavo il senso dell’intrinseca inadeguatezza dello Stato liberale, che aveva terminato la sua esperienza storica, per sé non priva di valori, ma dando il passo al fascismo (…).
Portavo dentro di me il senso del rifiuto sostanziale del totalitarismo, quale sia il colore con il quale esso viene a presentarsi, che avevo sperimentato nel ventennio fascista; avevo veduto e sperimentato in Germania nel periodo nazista (…). E infine portavo la coscienza di cattolico, deciso a tradurre in concretezze di espressione giuridico-politica le esigenze della coscienza cattolica secondo un’autentica laicità.
La laicità va capita bene, si potrebbe essere tentati di pensarla come espressione che porta al di fuori di un’autentica coscienza cattolica e, perché cattolica, di coscienza ecclesiale; mentre laicità è espressione che dà la pienezza di questi valori in quanto veduti nella prospettiva in cui la Chiesa si pone nel mondo come anima del mondo. L’esigenza cioè di non separare illuministicamente il credere dall’operare politico, pur conservando il senso della distinzione fondamentale per poter procedere esattamente sul piano della laicità; cioè il senso di non confondere integristicamente la fede e l’operare politico deducendo questo da quella; conservare contemporaneamente – e non meno – il senso dell’ispirazione che la fede ha da portare dentro lo stesso operatore politico. È quella famosa «unità dei distinti» che richiamo sempre perché è la formula sintetica, quella che può essere la norma precisa di una esatta impostazione della laicità.
Per quale società: lo sforzo di diverse componenti ideali. Si trattava di disegnare la forma dello Stato repubblicano che il popolo italiano aveva scelto attraverso il referendum e la forma di governo rispondente alle esigenze della società italiana, a garanzia dei diritti e dei doveri dei cittadini, dei gruppi, degli enti pubblici e privati; fondamentalmente si trattava di studiare, elaborare e redigere una Carta costituzionale nella quale risultassero chiaramente espresse e garantite le esigenze di libertà e giustizia, in una prospettiva di sviluppo del Paese, esigenze che erano espresse in modo diverso nelle forze che nell’Assemblea costituente si impegnavano a redigere il testo della Costituzione. Forze profondamente differenti, per diversa estrazione culturale, e con diverse accentuazioni. I partiti rappresentavano queste estrazioni culturali. (…).
Chi veniva da esperienze più lontane aveva certo accentuazioni diverse rispetto a chi – come me – veniva da esperienze abbastanza ravvicinate. C’era soprattutto chi arrivava da uno sforzo culturale che aveva mirato a una preparazione abbastanza lunga (gruppo Dossetti, La Pira, Moro, Fanfani) che aveva lavorato durante il fascismo, ritrovandosi continuamente, elaborando schemi per il superamento dei due momenti precedenti: quello liberale e quello fascista. Un metodo di lavoro: il confronto. Quello fu un momento nel quale il metodo del confronto divenne il metodo abituale di lavoro quotidiano. L’Assemblea durò circa un anno e mezzo. Ebbene per un anno e mezzo si lavorò attraverso l’applicazione di questo metodo. Il confronto continuo di diverse estrazioni culturali e derivazioni politiche, giorno per giorno, sui temi generali e poi sulle applicazioni concrete. Si trattava di trovare il piano sul quale stabilire lealmente punti di incontro capaci di fondare e garantire una struttura avente carattere di profonde novità. E devo dire che il frutto del lavoro compiuto può essere variamente giudicato. A mio modo di vedere è estremamente positivo. Comincerò a dire che cosa, all’Assemblea costituente, portavo io nella coscienza di cittadino. Portavo il senso del Risorgimento culminato nella Prima guerra mondiale, con quello che di positivo essa recava all’unità del Paese raggiunta con l’integrazione anche di quelle parti che erano rimaste escluse dall’unità territoriale e politica, e anche con quanto di negativo quell’esperienza recava. Portavo il senso dell’intrinseca inadeguatezza dello Stato liberale, che aveva terminato la sua esperienza storica, per sé non priva di valori, ma dando il passo al fascismo (…).Portavo dentro di me il senso del rifiuto sostanziale del totalitarismo, quale sia il colore con il quale esso viene a presentarsi, che avevo sperimentato nel ventennio fascista; avevo veduto e sperimentato in Germania nel periodo nazista (…). E infine portavo la coscienza di cattolico, deciso a tradurre in concretezze di espressione giuridico-politica le esigenze della coscienza cattolica secondo un’autentica laicità.La laicità va capita bene, si potrebbe essere tentati di pensarla come espressione che porta al di fuori di un’autentica coscienza cattolica e, perché cattolica, di coscienza ecclesiale; mentre laicità è espressione che dà la pienezza di questi valori in quanto veduti nella prospettiva in cui la Chiesa si pone nel mondo come anima del mondo. L’esigenza cioè di non separare illuministicamente il credere dall’operare politico, pur conservando il senso della distinzione fondamentale per poter procedere esattamente sul piano della laicità; cioè il senso di non confondere integristicamente la fede e l’operare politico deducendo questo da quella; conservare contemporaneamente – e non meno – il senso dell’ispirazione che la fede ha da portare dentro lo stesso operatore politico. È quella famosa «unità dei distinti» che richiamo sempre perché è la formula sintetica, quella che può essere la norma precisa di una esatta impostazione della laicità.Per quale società: lo sforzo di diverse componenti ideali. Si trattava di disegnare la forma dello Stato repubblicano che il popolo italiano aveva scelto attraverso il referendum e la forma di governo rispondente alle esigenze della società italiana, a garanzia dei diritti e dei doveri dei cittadini, dei gruppi, degli enti pubblici e privati; fondamentalmente si trattava di studiare, elaborare e redigere una Carta costituzionale nella quale risultassero chiaramente espresse e garantite le esigenze di libertà e giustizia, in una prospettiva di sviluppo del Paese, esigenze che erano espresse in modo diverso nelle forze che nell’Assemblea costituente si impegnavano a redigere il testo della Costituzione. Forze profondamente differenti, per diversa estrazione culturale, e con diverse accentuazioni. I partiti rappresentavano queste estrazioni culturali. (…).Chi veniva da esperienze più lontane aveva certo accentuazioni diverse rispetto a chi – come me – veniva da esperienze abbastanza ravvicinate. C’era soprattutto chi arrivava da uno sforzo culturale che aveva mirato a una preparazione abbastanza lunga (gruppo Dossetti, La Pira, Moro, Fanfani) che aveva lavorato durante il fascismo, ritrovandosi continuamente, elaborando schemi per il superamento dei due momenti precedenti: quello liberale e quello fascista. Un metodo di lavoro: il confronto. Quello fu un momento nel quale il metodo del confronto divenne il metodo abituale di lavoro quotidiano. L’Assemblea durò circa un anno e mezzo. Ebbene per un anno e mezzo si lavorò attraverso l’applicazione di questo metodo. Il confronto continuo di diverse estrazioni culturali e derivazioni politiche, giorno per giorno, sui temi generali e poi sulle applicazioni concrete. Si trattava di trovare il piano sul quale stabilire lealmente punti di incontro capaci di fondare e garantire una struttura avente carattere di profonde novità. E devo dire che il frutto del lavoro compiuto può essere variamente giudicato. A mio modo di vedere è estremamente positivo. Una vita esemplare – Giuseppe Lazzati nasce a Milano nel 1909. Nel 1931 si laurea con lode e diventa assistente del professor Ubaldi. Durante un corso di esercizi spirituali, matura la scelta della consacrazione secolare, dedicandosi al celibato. Nel 1939 dà vita al sodalizio di laici denominato Milites Christi, che nel 1969 prenderà il nome di Istituto secolare Cristo Re. Nel 1934 viene nominato presidente diocesano della Gioventù cattolica. Nel 1943 viene deportato nei lager tedeschi; liberato, rientra a Milano il 31 agosto 1945. Viene eletto tra le file della Dc nelle amministrative di Milano. Nel 1946, durante il primo Congresso nazionale viene eletto consigliere nazionale e membro della direzione nazionale del partito. Nello stesso anno è eletto anche all’Assemblea costituente. Importante è il suo contributo nell’elaborazione della Costituzione, preziosa è la sua presenza all’interno del gruppo dei dossettiani. Nel 1953 si ritira dalla vita attiva del partito. Dal 1961 al 1964 dirige il quotidiano L’Italia. Nel 1968 viene nominato rettore dell’Uc. Terminato l’incarico nel 1983, fonda l’associazione «Città dell’uomo». Si spegne il 18 maggio 1986 a causa di un male incurabile, che lo segna da alcuni anni. Il 18 maggio 1991 su iniziativa dell’Istituto secolare Cristo Re ha avuto inizio la causa per la canonizzazione.

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