Agli Stati generali convocati dalla Regione avanzata la proposta di creare un luogo di partecipazione e pianificazione condivisa, per dare un'"anima" alla manifestazione

Pino NARDI
Redazione

«Ci vuole un luogo in cui si possa aprire il dialogo reale per affrontare le questioni che ci stanno a cuore. La proposta è di costruire un Tavolo sociale per l’Expo, un luogo di partecipazione e pianificazione condivisa, che veda un forte investimento da parte delle istituzioni e di chi sta organizzando l’Expo, che coinvolga le realtà impegnate da anni nei quartieri e con la gente e in cui l’istanza sociale sia posta in modo forte e consapevole e si traduca in una scelta fondante riconoscibile in tutte le realizzazioni del 2015». Luciano Gualzetti, vicedirettore della Caritas Ambrosiana è sul palco degli Stati generali dell’Expo, organizzati la settimana scorsa. Da lì lancia la proposta di dare un’anima sociale all’Esposizione universale, al di là della questione puramente urbanistica. Un’occasione per la città di rilanciarsi, non solo con il cemento e nell’immagine.
Infatti, sostiene Gualzetti, «lo sviluppo della città passa necessariamente dalla capacità di ascolto delle sue voci, anche di quelle che stanno ai margini, perché quelle sono le voci delle contraddizioni interne, le voci delle sue fratture, delle questioni che la città non ha ancora saputo risolvere e che continuamente riemergono sollecitando una risposta».
Una sensibilità umana e cristiana che si traduce in uno stile concreto proposto a tutti: «L’Expo farà rima con eccellenza e il nostro auspicio è che questa eccellenza attraversi anche il dialogo contro le fragilità e le povertà. Nessuno desidera per sé e per i suoi ospiti un luogo inospitale e insicuro. Ma le vere politiche di sicurezza passano attraverso l’effettiva possibilità di sentire come propri gli spazi pubblici da parte di chi abita e vive i territori e attraverso l’offerta di reali soluzioni alternative alle scelte criminali, in particolare per le fasce di popolazione più vulnerabile».
Un problema, quello della sicurezza, che sta diventano un assillo, al di là dell’effettiva situazione concreta. «Bisogna rompere il binomio sicurezza uguale ordine pubblico – afferma con forza Gualzetti – e ricollocare il tema della sicurezza dentro la riflessione complessiva della coesione sociale, della città solidale, del benessere collettivo, prevedendo innanzitutto di offrire tante opportunità di dialogo, socializzazione e progettazione sociale, quante sono le occasioni di compiere reati. Coinvolgere tanti operatori sociali ed educatori quanti sono i poliziotti che vigilano nei quartieri». E rivendica anche il ruolo importante del Terzo settore, «che è stato capace, proprio in questa città, di fare impresa sociale offrendo un modello di sviluppo originale, in grado di offrire opportunità di lavoro anche attraverso l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Che passi anche da queste scelte l’eccellenza dell’Expo di Milano». «Ci vuole un luogo in cui si possa aprire il dialogo reale per affrontare le questioni che ci stanno a cuore. La proposta è di costruire un Tavolo sociale per l’Expo, un luogo di partecipazione e pianificazione condivisa, che veda un forte investimento da parte delle istituzioni e di chi sta organizzando l’Expo, che coinvolga le realtà impegnate da anni nei quartieri e con la gente e in cui l’istanza sociale sia posta in modo forte e consapevole e si traduca in una scelta fondante riconoscibile in tutte le realizzazioni del 2015». Luciano Gualzetti, vicedirettore della Caritas Ambrosiana è sul palco degli Stati generali dell’Expo, organizzati la settimana scorsa. Da lì lancia la proposta di dare un’anima sociale all’Esposizione universale, al di là della questione puramente urbanistica. Un’occasione per la città di rilanciarsi, non solo con il cemento e nell’immagine.Infatti, sostiene Gualzetti, «lo sviluppo della città passa necessariamente dalla capacità di ascolto delle sue voci, anche di quelle che stanno ai margini, perché quelle sono le voci delle contraddizioni interne, le voci delle sue fratture, delle questioni che la città non ha ancora saputo risolvere e che continuamente riemergono sollecitando una risposta».Una sensibilità umana e cristiana che si traduce in uno stile concreto proposto a tutti: «L’Expo farà rima con eccellenza e il nostro auspicio è che questa eccellenza attraversi anche il dialogo contro le fragilità e le povertà. Nessuno desidera per sé e per i suoi ospiti un luogo inospitale e insicuro. Ma le vere politiche di sicurezza passano attraverso l’effettiva possibilità di sentire come propri gli spazi pubblici da parte di chi abita e vive i territori e attraverso l’offerta di reali soluzioni alternative alle scelte criminali, in particolare per le fasce di popolazione più vulnerabile».Un problema, quello della sicurezza, che sta diventano un assillo, al di là dell’effettiva situazione concreta. «Bisogna rompere il binomio sicurezza uguale ordine pubblico – afferma con forza Gualzetti – e ricollocare il tema della sicurezza dentro la riflessione complessiva della coesione sociale, della città solidale, del benessere collettivo, prevedendo innanzitutto di offrire tante opportunità di dialogo, socializzazione e progettazione sociale, quante sono le occasioni di compiere reati. Coinvolgere tanti operatori sociali ed educatori quanti sono i poliziotti che vigilano nei quartieri». E rivendica anche il ruolo importante del Terzo settore, «che è stato capace, proprio in questa città, di fare impresa sociale offrendo un modello di sviluppo originale, in grado di offrire opportunità di lavoro anche attraverso l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Che passi anche da queste scelte l’eccellenza dell’Expo di Milano». La voce delle nuove generazioni Agli Stati generali è emersa anche la voce delle nuove generazioni. Silvia Orlando ha portato la testimonianza dell’impegno e delle sensibilità della Pastorale giovanile della diocesi: «Milano per i giovani è come una grande stazione: ci si ferma il necessario e poi si va. Qui faticano a creare e coordinare lo spazio e il tempo. È pertanto necessario affrontare l’arduo compito di addomesticare gli spazi, perché ci sia la possibilità di una maturazione umana dei ragazzi e dei giovani». Quello che emerge con forza è la questione educativa: «Si può riassumere in un rapporto di natura antropologica: il legame tra centro e periferia. Un centro e una periferia della città, ma più ancora un centro e una periferia dell’anima. È necessario far riscoprire ai giovani un’identità in grado di essere progettuale».In concreto, per Orlando, «l’impegno che attende tutti quanti è la formazione di educatori che sappiano spendere tempo, competenza e generosità a favore dei ragazzi e dei giovani. A questo proposito si intrecciano possibilità interessanti di lavoro educativo, ma anche difficoltà nel creare progetti e posti di lavoro retribuiti. Il volontariato, che è ancora una risorsa grandissima, si rivela progressivamente come un apporto necessario ma insufficiente. Nel futuro prossimo una vivace attenzione è da riservare in particolare al mondo dei ragazzi e degli adolescenti. La Chiesa ambrosiana porta l’oratorio come esempio di intervento educativo. Una particolare attenzione andrebbe riservata anche al mondo culturale circostante. Si avverte sempre più l’esigenza di luoghi e occasioni di relazione e confronto in cui i giovani, aiutati in questo da persone adulte competenti, possano ritrovare se stessi e la propria identità».

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