L'esperienza di Marco Monti, missionario laico consacrato del Pime, che da dieci anni opera nel Paese del Sud-Est asiatico sul fronte della riabilitazione e dell'inserimento sociale dei portatori d'handicap

Veronica TODARO
Redazione

Ogni giorno ha a che fare con persone che la società rifiuta, che gli stessi genitori abbandonano, che fino a qualche anno fa non potevano nemmeno sperare di avere un futuro. Oggi la loro speranza si chiama Marco Monti, un missionario laico consacrato del Pime (il pontificio istituto che si occupa di missioni estere) che dal 1999 vive e lavora in Thailandia.
Fratel Marco, 44 anni, nato e cresciuto a Bovisio Masciago, è il direttore responsabile del S. Joseph Center, un centro educativo per disabili fisici, a Phrae, nel nord del Paese. Il Centro ha come obiettivo quello di accogliere bambini e ragazzi con disabilità motorie, sensibilizzare e favorire il loro inserimento nella società thailandese e fornire riabilitazione esterna. In quest’ultimo caso il S. Joseph ha fornito assistenza a più di 180 disabili sparsi nei quatto distretti della provincia coprendo una distanza media di 350 km alla settimana, in condizioni non sempre favorevoli.
I ragazzi, circa quaranta, dai 6 ai 25 anni, ogni giorno seguono programmi educativi, sedute di fisioterapia, corsi professionali, ma anche giochi, sport, attività ludiche e gite d’istruzione sul territorio. «Proprio queste uscite – spiega fratel Marco – servono a migliorare l’integrazione dei disabili, visto che in Thailandia la concezione dei diversamente abili è diversa da tutto il resto del mondo. I disabili superano ogni fatto culturale e il loro handicap è come se fosse un difetto. È difficile sensibilizzare e favorire l’inserimento del disabile all’interno della società thailandese perché per la loro credenza nella reincarnazione l’handicappato sta scontando le colpe delle vite precedenti. Quindi vengono ingiustamente privati della propria dignità e libertà».
Molti vengono così abbandonati dalle proprie famiglie nei boschi per lasciarli morire di stenti, altri vengono tenuti segregati in casa per la vergogna. Anche a causa di questa credenza, sono pochi i fondi che arrivano al S. Joseph Center. «Eppure i veri protagonisti della mia presenza missionaria qui – aggiunge Monti – sono proprio i bambini e i ragazzi disabili del Centro. Crescono ognuno con le proprie soddisfazioni, difficoltà e conquiste. Non è facile il mio ruolo, perché sento che il diverso retroterra culturale ha un suo peso. Ho la soddisfazione personale di vedere che il gruppo cresce con determinazione nel volere una vita non ai margini ma da protagonisti».
Della situazione in Thailandia fratel Marco racconta: «Viviamo tempi non facili, tra crisi vere o presunte politiche e finanziarie, c’è aria di insicurezza, di frustrazione. Perfino qui in Thailandia è tutto un accumularsi di problemi che creano violenza, separazioni e odio. Forse è da quando ho messo piede in questo paese che tra le provincie del sud esiste una quasi quotidiana guerriglia tra buddisti e musulmani, con centinaia di morti e una soluzione ai conflitti apparentemente lontana».
E ancora: «La vita al Centro prosegue senza grandi cambiamenti. Abbiamo rivisto e potenziato il programma di fisioterapia a domicilio comprando ultimamente, grazie alle offerte raccolte dell’ufficio progetti del Pime di Milano, una nuova vettura in modo da dividere il “peso” dei chilometri percorsi settimanalmente su due mezzi. Uno ad uso esclusivo delle fisioterapie e l’altro per il trasporto dei bambini a scuola e per il trasporto degli adulti dai villaggi al Centro. Sono sempre in attesa di qualcuno che prenda sul serio il mio invito a condividere di persona la gestione del Centro negli aspetti che gli sono più congeniali, ci sono timide promesse, ma nessuna risposta “visibile”. Ognuno è benvenuto, a prescindere dall’età o dalla durata del periodo di volontariato missionario. Chiedo solo buona volontà e capacità di adattamento». Ogni giorno ha a che fare con persone che la società rifiuta, che gli stessi genitori abbandonano, che fino a qualche anno fa non potevano nemmeno sperare di avere un futuro. Oggi la loro speranza si chiama Marco Monti, un missionario laico consacrato del Pime (il pontificio istituto che si occupa di missioni estere) che dal 1999 vive e lavora in Thailandia.Fratel Marco, 44 anni, nato e cresciuto a Bovisio Masciago, è il direttore responsabile del S. Joseph Center, un centro educativo per disabili fisici, a Phrae, nel nord del Paese. Il Centro ha come obiettivo quello di accogliere bambini e ragazzi con disabilità motorie, sensibilizzare e favorire il loro inserimento nella società thailandese e fornire riabilitazione esterna. In quest’ultimo caso il S. Joseph ha fornito assistenza a più di 180 disabili sparsi nei quatto distretti della provincia coprendo una distanza media di 350 km alla settimana, in condizioni non sempre favorevoli.I ragazzi, circa quaranta, dai 6 ai 25 anni, ogni giorno seguono programmi educativi, sedute di fisioterapia, corsi professionali, ma anche giochi, sport, attività ludiche e gite d’istruzione sul territorio. «Proprio queste uscite – spiega fratel Marco – servono a migliorare l’integrazione dei disabili, visto che in Thailandia la concezione dei diversamente abili è diversa da tutto il resto del mondo. I disabili superano ogni fatto culturale e il loro handicap è come se fosse un difetto. È difficile sensibilizzare e favorire l’inserimento del disabile all’interno della società thailandese perché per la loro credenza nella reincarnazione l’handicappato sta scontando le colpe delle vite precedenti. Quindi vengono ingiustamente privati della propria dignità e libertà».Molti vengono così abbandonati dalle proprie famiglie nei boschi per lasciarli morire di stenti, altri vengono tenuti segregati in casa per la vergogna. Anche a causa di questa credenza, sono pochi i fondi che arrivano al S. Joseph Center. «Eppure i veri protagonisti della mia presenza missionaria qui – aggiunge Monti – sono proprio i bambini e i ragazzi disabili del Centro. Crescono ognuno con le proprie soddisfazioni, difficoltà e conquiste. Non è facile il mio ruolo, perché sento che il diverso retroterra culturale ha un suo peso. Ho la soddisfazione personale di vedere che il gruppo cresce con determinazione nel volere una vita non ai margini ma da protagonisti».Della situazione in Thailandia fratel Marco racconta: «Viviamo tempi non facili, tra crisi vere o presunte politiche e finanziarie, c’è aria di insicurezza, di frustrazione. Perfino qui in Thailandia è tutto un accumularsi di problemi che creano violenza, separazioni e odio. Forse è da quando ho messo piede in questo paese che tra le provincie del sud esiste una quasi quotidiana guerriglia tra buddisti e musulmani, con centinaia di morti e una soluzione ai conflitti apparentemente lontana».E ancora: «La vita al Centro prosegue senza grandi cambiamenti. Abbiamo rivisto e potenziato il programma di fisioterapia a domicilio comprando ultimamente, grazie alle offerte raccolte dell’ufficio progetti del Pime di Milano, una nuova vettura in modo da dividere il “peso” dei chilometri percorsi settimanalmente su due mezzi. Uno ad uso esclusivo delle fisioterapie e l’altro per il trasporto dei bambini a scuola e per il trasporto degli adulti dai villaggi al Centro. Sono sempre in attesa di qualcuno che prenda sul serio il mio invito a condividere di persona la gestione del Centro negli aspetti che gli sono più congeniali, ci sono timide promesse, ma nessuna risposta “visibile”. Ognuno è benvenuto, a prescindere dall’età o dalla durata del periodo di volontariato missionario. Chiedo solo buona volontà e capacità di adattamento».

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