Due turni settimanali di soggiorno a Pomaia, vicino a Pisa. Con don Massimo Mapelli e alcuni volontari, 120 ragazzi e adolescenti provenienti da diversi campi, "affidati" dai loro genitori per vivere una significativa esperienza educativa

Silvio MENGOTTO
Redazione

Anche quest’anno, e per la sesta volta, la Casa della Carità di Milano ha organizzato una vacanza al mare per bambini e adolescenti rom. L’anno scolastico è terminato e le vacanze sono iniziate non solo per i bambini italiani, ma anche per gli stranieri e, non ultimi, per i rom, che in molti campi frequentano con regolarità la scuola.
Don Massimo Mapelli, della Casa della Carità, responsabile dell’area rom nella città, nel tardo e afoso pomeriggio di giovedì 18 giugno, è partito in pullman con 60 bambini rom alla volta di Pomaia, località nelle vicinanze di Pisa, in Toscana. Dal 2004 la Casa della Carità organizza lì le vacanze per i ragazzi rom, presso una casa messa a disposizione dalla diocesi di Pisa: due anni fa vi hanno soggiornato oltre 100 ragazzi provenienti dagli ex campi di Capo Rizzuto, via S. Dionigi e Opera, e dal campo di via Idro.
La vacanza di quest’anno prevede due turni di una settimana. Nel primo confluiscono trenta bambini provenienti dal campo Triboniano e altri trenta dal campo di via Idro e dalla Casa della Carità: tra questi ultimi, anche quelli sgomberati pochi mesi fa del campo abusivo sotto il cavalcavia Bacula. Il secondo turno andrà dal 25 giugno all’1 luglio: a differenza del primo turno, la presenza degli adolescenti rom sarà consistente, nell’ordine di altre 60 presenze.
A Pomaia, con don Massimo, saranno presenti una decina di volontari adulti che, da anni, operano al Triboniano e via Idro. Per Fiorenzo, uno di loro, questo appuntamento «è talmente normale che è diventato speciale». Una tradizione, precisa Fiorenzo, alla quale «i bambini rom tengono moltissimo, come tutti i bambini del mondo». Dopo un anno di scuola il vero “programma” è la vacanza stessa. I genitori rom si fidano delle capacità educative dei volontari. Questa fiducia nei gagi (in lingua rom, tutti coloro che non sono rom) non appartiene alla loro mentalità e cultura: a suo modo è un segnale di apertura e fiducia importante. Dice don Massimo: «Per una persona che vive in una baraccopoli non è così scontato consegnare il proprio figlio».
Andare al mare significa sperimentare un pezzo di vita e di mondo che non è il campo, ma – dice Fiorenzo – «una casa, una spiaggia, una vita in comunità, incontrando anche persone e bambini diversi». Non appartiene alla mentalità rom l’idea della vacanza di gruppo che, in questo caso, diventa un’esperienza importante anche per il senso di provvisorietà nella quale vivono i ragazzi rom. Anche loro in vacanza sperimentano l’importanza educativa di stare alle regole. Convivere in famiglia ha le sue regole, quelle vissute insieme ad altri 60 bambini sono differenti. Stare insieme significa pranzare insieme e vivere insieme in modo rispettoso. Per Fiorenzo è «una scuola come quelle estive organizzate dal Comune o dalle parrocchie. Una sorta di full immersion. È una distensione intelligente».
Un momento ludico ed educativo molto forte e alternativo a quello vissuto nel campo simile a un ghetto. Significa uscire da luoghi problematici dal punto di vista igienico e sanitario. Un’esperienza che permetterà di vivere giorni in un luogo diverso, dove si cercherà di approfondire il legame educativo con i bambini rom e le loro famiglie, che si sono fidate nel “consegnare” i loro figli. Anche quest’anno, e per la sesta volta, la Casa della Carità di Milano ha organizzato una vacanza al mare per bambini e adolescenti rom. L’anno scolastico è terminato e le vacanze sono iniziate non solo per i bambini italiani, ma anche per gli stranieri e, non ultimi, per i rom, che in molti campi frequentano con regolarità la scuola.Don Massimo Mapelli, della Casa della Carità, responsabile dell’area rom nella città, nel tardo e afoso pomeriggio di giovedì 18 giugno, è partito in pullman con 60 bambini rom alla volta di Pomaia, località nelle vicinanze di Pisa, in Toscana. Dal 2004 la Casa della Carità organizza lì le vacanze per i ragazzi rom, presso una casa messa a disposizione dalla diocesi di Pisa: due anni fa vi hanno soggiornato oltre 100 ragazzi provenienti dagli ex campi di Capo Rizzuto, via S. Dionigi e Opera, e dal campo di via Idro.La vacanza di quest’anno prevede due turni di una settimana. Nel primo confluiscono trenta bambini provenienti dal campo Triboniano e altri trenta dal campo di via Idro e dalla Casa della Carità: tra questi ultimi, anche quelli sgomberati pochi mesi fa del campo abusivo sotto il cavalcavia Bacula. Il secondo turno andrà dal 25 giugno all’1 luglio: a differenza del primo turno, la presenza degli adolescenti rom sarà consistente, nell’ordine di altre 60 presenze.A Pomaia, con don Massimo, saranno presenti una decina di volontari adulti che, da anni, operano al Triboniano e via Idro. Per Fiorenzo, uno di loro, questo appuntamento «è talmente normale che è diventato speciale». Una tradizione, precisa Fiorenzo, alla quale «i bambini rom tengono moltissimo, come tutti i bambini del mondo». Dopo un anno di scuola il vero “programma” è la vacanza stessa. I genitori rom si fidano delle capacità educative dei volontari. Questa fiducia nei gagi (in lingua rom, tutti coloro che non sono rom) non appartiene alla loro mentalità e cultura: a suo modo è un segnale di apertura e fiducia importante. Dice don Massimo: «Per una persona che vive in una baraccopoli non è così scontato consegnare il proprio figlio».Andare al mare significa sperimentare un pezzo di vita e di mondo che non è il campo, ma – dice Fiorenzo – «una casa, una spiaggia, una vita in comunità, incontrando anche persone e bambini diversi». Non appartiene alla mentalità rom l’idea della vacanza di gruppo che, in questo caso, diventa un’esperienza importante anche per il senso di provvisorietà nella quale vivono i ragazzi rom. Anche loro in vacanza sperimentano l’importanza educativa di stare alle regole. Convivere in famiglia ha le sue regole, quelle vissute insieme ad altri 60 bambini sono differenti. Stare insieme significa pranzare insieme e vivere insieme in modo rispettoso. Per Fiorenzo è «una scuola come quelle estive organizzate dal Comune o dalle parrocchie. Una sorta di full immersion. È una distensione intelligente».Un momento ludico ed educativo molto forte e alternativo a quello vissuto nel campo simile a un ghetto. Significa uscire da luoghi problematici dal punto di vista igienico e sanitario. Un’esperienza che permetterà di vivere giorni in un luogo diverso, dove si cercherà di approfondire il legame educativo con i bambini rom e le loro famiglie, che si sono fidate nel “consegnare” i loro figli. –

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