L'impegno della comunità cristiana locale alla base di un rapporto sempre più stretto


Redazione

15/07/2008

di Silvio MENGOTTO

Sono ridotti a un centinaio i rom presenti nelle aree dismesse a Sesto San Giovanni. Erano 500 all’inizio del Duemila. Una vicenda poco conosciuta, ma che dice dell’impegno quasi solitario della comunità cristiana.

Nel 2004 inizia un’assistenza medica con l’apporto di volontari, medici e infermieri della Caritas salesiana. Il servizio ha permesso di «sciogliere quel muro che separa l’ex fabbrica Falck con la vita che c’è attorno». Sono anni in cui si verificano incidenti mortali per i rom, come l’uccisione di una giovane coppia rom investita da un treno e una donna vittima del fuoco che ha incendiato la baracca. Anni nei quali si ripetono continui sgomberi delle aree dismesse.

Nel gennaio 2006, dopo un’abbondante nevicata, tutte le 10 parrocchie si mobilitano per la raccolta di coperte che verranno distribuite alle famiglie rom. Maturano altre esperienze come l’organizzazione di quattro tornei di calcio, che hanno favorito una reciproca conoscenza. Percorsi più frammentati hanno visto i volontari mantenere i rapporti con le famiglie rom per piccole emergenze e altri problemi.

«Questi contatti brevi – dice don Marco Recalcati, parroco di San Giorgio e responsabile della commissione Caritas di Sesto – hanno reso fragile il muro di separazione». Qui non sono mai esistiti campi rom abilitati. All’interno delle aree dismesse, proprio per l’immensità degli spazi esistenti, erano presenti diversi gruppi rom disomogenei tra loro e, a volte, con segnali di tensione.

La situazione ha subìto un blocco nell’autunno del 2006, data che coincide con i lavori di profonda ristrutturazione delle aree per dare un nuovo volto urbanistico alla città. Dopo un robusto sgombero, i rom si spostano verso viale Fulvio Testi. Nella nuova collocazione i contatti, pur frammentati, continuano fino al ritorno a Sesto di poco meno di un centinaio di rom.

Suor Claudia Biondi, della Caritas Ambrosiana, ha fornito un’assistenza qualificata e preziosi suggerimenti ai rom, tra i quali oggi è cresciuta diffidenza e paura. Don Recalcati non esita a rimarcare la «grandissima fatica, confermata nel tempo, nel coinvolgere l’amministrazione pubblica, nella quale c’è un enorme freno».

A livello ecclesiale i sacerdoti coralmente non hanno manifestato segnali di disagio su questo tipo di intervento, ma sicuramente «il popolo della messa domenicale risente dell’aria che si respira in giro. Anche i volontari hanno avuto momenti di tensione con i fedeli della parrocchia».

Don Marco non nasconde il forte desiderio che si possa riprendere ma, citando don Mario Riboldi, responsabile diocesano della Pastorale degli zingari, dice che «non è più sufficiente l’improvvisazione o la passione, occorre prepararsi, formarsi e conoscere le persone con costanza». L’augurio è che tra i fedeli possa maturare l’impegno di qualcuno che prenda a cuore questa presenza portando avanti un servizio possibile.

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