La denuncia di don Massimo Mapelli (Casa della Carità): «Dopo la morte del giovane romeno Marian, nella bidonville è tornato tutto come prima»


Redazione

06/10/2008

di Filippo MAGNI

Al di là del muro, le luci di un centro commerciale tra i più frequentati della zona. Dentro, cumuli di macerie, mucchi di immondizia, edifici che crollano a pezzi, infestati da topi e insetti. L’area di Sesto San Giovanni, dove un tempo si trovavano le acciaierie Falck, è oggi un cantiere fatiscente, abbandonato da anni.

Lasciato troppo a se stesso e incustodito per non attirare decine se non centinaia di irregolari, poveri, persone che trascorrono le giornate a mendicare agli angoli delle strade e la sera cercano riparo sotto i tetti pericolanti dei capannoni. Come Marian Danila, il rumeno 14enne che la scorsa settimana ha perso la vita nell’edificio un tempo adibito a mensa, che condivideva con altre 30 persone. Se n’è andato nel sonno, bruciato dal rogo scatenato da una candela. Quello di Marian non è un caso isolato, purtroppo: è il quarto morto negli ultimi 4 anni.

«In occasione della morte del giovane sono state spese belle parole – dichiara don Massimo Mapelli, uno dei responsabili della Casa della carità -. Le autorità hanno rilasciato dichiarazioni commoventi, si è parlato di educazione delle famiglie e di integrazione. Discorsi che lasciano il tempo che trovano: a una settimana dal tragico fatto tutto è come prima, la sorte dei senzatetto di via Trento non è cambiata».

Quando non si ragiona insieme su come affrontare i problemi di queste persone, prosegue duro don Mapelli, «l’unica cosa che siamo in grado di fare è contare i morti. Scandalizzarci quando scompare un ragazzo per poi dimenticarci di chi viveva con lui, fino alla tragedia successiva».

Si parla di irregolari ai margini della società e della legalità, ma molti di loro sognano una vita diversa. «Dopo la morte di Marian – racconta il sacerdote – decine di suoi compagni si sono presentati alla Casa della carità chiedendo ospitalità. Noi non abbiamo sufficienti spazi, così siamo stati costretti a rifiutare loro un letto». Senza un alloggio dignitoso è difficile entrare in quel “circolo virtuoso” che porta dal bisogno all’indipendenza.

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