Al convegno milanese sui "Cittadini possibili" illustrati i percorsi per favorire l'inserimento dei rifugiati politici nella realtà italiana


Redazione

04/06/2008

a cura di Filippo MAGNI

«Per favorire l’integrazione dei rifugiati politici non bastano le leggi e le tutele normative, pur necessarie, ma servono reti sociali che ne consentano l’inserimento nella realtà italiana». Reti di umanità quotidiana, ma anche di associazioni e progetti di intervento precisi. È l’opinione di Maja Korac (School of Social Sciences, University of East London), ospite del convegno “Da rifugiati a cittadini possibili: percorsi di integrazione nella diocesi di Milano” organizzato dal consorzio “Farsi Prossimo” e dalla Caritas Ambrosiana la settimana scorsa a Milano.

Maja Korac ha proposto la propria esperienza di analisi di due gruppi di rifugiati politici (60 membri ciascuno) provenienti dall’ex Jugoslavia e approdati a Roma e ad Amsterdam. «In Olanda – ha spiegato – l’assistenza è molto accurata, l’immigrato è seguito passo passo, riceve un generoso aiuto economico e abitativo. La procedura per ottenere lo status di rifugiato è lunga, ma nel frattempo il soggetto è assistito nei suoi bisogni». A Roma, al contrario, «in pochi mesi viene rilasciato il permesso di soggiorno, ma il rifugiato è abbandonato a se stesso, deve riuscire a cavarsela da solo».

Sorprendente l’esito della ricerca: «A distanza di 6 anni i residenti ad Amsterdam erano insoddisfatti della loro situazione, i due terzi di loro era disoccupato, molti non parlavano olandese, non avevano contatti con i cittadini olandesi». In Italia, invece, «tutti avevano trovato un’occupazione anche se spesso sottopagata, con orari impegnativi e non al livello delle loro competenze. Ma ognuno parlava italiano, qualcuno in romanesco, avevano sviluppato un sistema di auto-aiuto proficuo, ricevevano supporti quotidiani e informali dagli italiani».

Ha concluso Maja Korac: «Dobbiamo comprendere che non basta abbattere le barriere legali e i problemi economici. Non è sufficiente dare una casa, ma aiutare a costruirsi una casa, una rete di relazioni che faccia sentire il rifugiato a proprio agio».

In avvio dei lavori Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni presso l’Università degli Studi di Milano, aveva denunciato «una distorta percezione dell’immigrazione in Italia. L’esempio più lampante è quello degli sbarchi a Lampedusa dei cosiddetti clandestini: degli extracomunitari giunti nell’isola lo scorso anno, il 30% possedeva i diritti per godere dello status di rifugiato politico e dunque il diritto a essere tutelato e protetto».

Sono una categoria particolare, ha aggiunto Ambrosini, perché «se gli stranieri sono accolti in Italia per motivi di utilità economica o di ricongiungimento familiare, non è così per i richiedenti asilo politico, che invece si appellano alla nostra natura di Stato democratico». È dunque questo ambito «il banco di prova della nostra coerenza etica».

Dalla tavola rotonda – cui hanno partecipato rappresentanti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, della Caritas, del Ministero dell’Interno, dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani, del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), della Regione Lombardia, della Prefettura e del Comune di Milano -, è emersa la necessità di un maggiore coordinamento tra i numerosi enti e associazioni che, in Italia, si impegnano per l’integrazione dei rifugiati, così da accelerare i tempi del loro ingresso nella società.

In conclusione don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, ha auspicato «la verifica dei percorsi fatti e il discernimento invece della strumentalizzazione criminale degli stranieri», ricordando che «integrazione significa sicurezza sia per gli extracomunitari sia per i cittadini italiani».

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