Le numerose iniziative che si svolgono sul sagrato della cattedrale rischiano di svilirne il valore di cuore e simbolo della città. Nessuna censura, ma l'invito a mantenerlo "dentro" la vita della gente


Redazione

21/11/2008

di Claudio MAZZA

Piazza Duomo ha sempre avuto nel corso dei secoli un ruolo civile e religioso di primaria importanza. I milanesi ne hanno fatto un costante punto di riferimento, un luogo d’incontro privilegiato, accorrendovi nelle giornate più significative della loro storia per manifestare ora il loro incontenibile entusiasmo, ora il loro dolore, ora la loro fiera e sdegnata protesta.

Nonostante il trascorrere del tempo e il mutare delle situazioni, piazza Duomo ha conservato una immutata capacità di richiamo. Eppure, da tempo ormai, la piazza sembra aver smarrito il suo originario ruolo. Le cronache cittadine dei quotidiani, da alcuni giorni, come ogni anno, portano alla ribalta il degrado della piazza invasa da stand pubblicitari, tendoni, gazebo. «La piazza è un grande suk», titolano i giornali, e riportano lo sdegno dei milanesi assieme alle solite promesse – destinate a rimanere tali? – di chi è preposto alla cosa pubblica.

Ma è proprio impossibile che la piazza e il suo Duomo tornino a essere “cuore e simbolo” di Milano? A domandarselo è l’arciprete della Cattedrale, monsignor Luigi Manganini: «La piazza, oggi, è un piccolo mondo a sé stante, un microcosmo dove uomini e donne di ogni razza e tendenza culturale, sociale, politica e religiosa si incrociano, si scontrano, si ignorano, raramente si incontrano; è uno spazio dove si succedono eventi religiosi, culturali, musicali, ludici che ben poco hanno in comune tra di loro: è un’icona di quello che sta per diventare (o forse è già diventato) il nostro mondo… Però mi chiedo dov’è il Duomo in questa piazza?». Non è una provocazione, quella dell’Arciprete, ma esprime un senso di amarezza che ha radici lontane.

Se lo chiedeva fin dagli anni Settanta anche il suo predecessore, monsignor Angelo Majo: «Il Duomo di Milano è patrimonio religioso, artistico e culturale di tutti. E come tale va rispettato e fatto rispettare da quanti hanno responsabilità cittadine. Molti con me – diceva – si chiedono se alcune manifestazioni promosse dall’amministrazione civica e definite impropriamente culturali non favoriscano, anziché arginarlo, un degrado diventato intollerabile». E si augurava «che lo sforzo comune, inteso a tutelare una piazza che è l’immagine della città e a restituirle un volto più civile, trovi tutti d’accordo».

Ma non si può parlare di piazza Duomo a prescindere dal Duomo, la piazza è funzionale alla cattedrale. Una piazza per il Duomo, dunque. Uno slogan antico che oggi suona un po’ frusto, perché risuona di bocca in bocca da troppi anni. Era anche il titolo, nel 1982, di una mostra al San Fedele e di un documentario sul degrado della piazza. Una denuncia e uno stimolo a rimediarvi. D’allora soltanto belle parole, ma nulla di fatto.

Non si vuole, però, intralciare le molteplici espressioni artistiche, culturali e promozionali della città. Tutte le iniziative – ma sono poi veramente tante quelle possibili e necessarie? – che si possono escogitare nella piazza sono accettabili, a un patto: che contribuiscano a mantenere il Duomo dentro la vita della gente, a non renderlo remoto, a non rimuoverlo dal contesto della “sua” piazza. La valenza civile e religiosa della piazza non si elidono a vicenda, ma sono due ambiti chiamati a interagire continuamente.

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