Presentato il Rapporto di Ambrosianeum. In una città che «tiene, ma si è scoperta fragile», nell’ora della ripartenza ai cristiani è richiesto «un sussulto di coraggio e coerenza»

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«Ripartire: il tempo della cura» è il tema del Rapporto sulla città Ambrosianeum Milano 2021, presentato questa mattina presso la sede della Fondazione. Oltre a Marco Garzonio, presidente di Ambrosianeum, e a Rosangela Lodigiani, sociologa dell’Università cattolica e curatrice del Rapporto, sono intervenuti Floriana Cerniglia, docente di Economia politica alla Cattolica, e Elio Franzini, rettore dell’Università degli Studi di Milano. Era presente l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini.

Segnata dai lutti e dalle sofferenze dei mesi passati, consapevole delle fatiche del presente, dei lasciti economici, sociali e sanitari della pandemia a cui è urgente dare risposta, Milano ancora una volta è pronta a ripartire: nessuna soluzione facile e immediata (e i dati sono lì a dimostrarlo) è a portata di mano, ma un cammino di cambiamento da condividere.

Di questo parla il Rapporto 2021, edito da FrancoAngeli, raccontando, con la polifonia di voci e punti di vista che lo contraddistingue, le vie della resilienza e della ripresa della città. Lo fa soffermandosi su temi tra i quali il governo della polis e del territorio, le reti della socialità e della solidarietà, il diritto all’educazione e alla salute.

E parla chiaro. Milano ha bisogno di ripartire anche da una nuova narrazione di sé, specchio di una identità ritrovata, quella di una città “intermedia”, che “sta in mezzo” e “sa mediare”, farsi luogo di incontro, di condivisione e relazione tra generi e generazioni, tra popoli e culture, tra centro e periferie, urbano e rurale, locale e globale, virtuale e reale. Un’identità che si appella non al successo nei ranking internazionali, ma al primato della cura; l’attitudine a “farsi carico” è la cifra del suo (voler) essere città che avvia processi, aperta, accogliente, inclusiva, capace di riconoscere anche nella fragilità un elemento di forza.

Pietre d’inciampo oggi per un domani migliore

Dal paragone tra il Pirellone «simbolo della città» e le Tre Torri «isola di vetrocemento calata su Milano, che avrebbe potuto trovare posto in qualunque altro agglomerato urbano, in qualsivoglia parte del mondo»; dal concetto di città sotteso dai due progetti urbanistici (rispettivamente trait d’union tra zone diverse di una Milano che era espressione di un capitalismo “sociale” e riflesso di una finanza globalizzata combinata con una politica entrata in fase post-ideologica); dai richiami a Simone Weil, che suggeriva di «scrivere di cose eterne per essere certi che saranno attuali» alle citazioni di monsignor Mario Delpini a proposito di «ossessione pervasiva» da Covid, Marco Garzonio passa a esaminare lo scenario pandemico come «scontro tra le Tenebre e la Luce», proponendo «una lettura dell’esplosione del Covid attraverso la riconfigurazione in termini di contemporaneità del mistero di vita, morte e di nuovo vita».

Il presidente dell’Ambrosianeum si interroga sulla reale portata del dettato cristiano oggi e ipotizza, osservazioni “pandemiche” alla mano, un «qualche recupero in termini di attenzione al sacro», pur rilevando, tuttavia come a questo fatto – in forma di paradosso – sembri «in realtà corrispondere una sorta di “esilio di Dio”» e l’affermarsi «di una religiosità pret-à-porter».

Garzonio passa poi a ricordare la visita milanese di papa Francesco, «venuto a ribadire il trittico che afferra, motiva, sostiene il cristiano nelle sue scelte: Dio; l’impegno nella prossimità…; la preghiera che scalda il cuore, eleva, riporta al senso ultimo: a Dio»; ricordando anche la preghiera rivolta dall’Arcivescovo sul tetto del Duomo alla Madonnina, nel pieno infuriare della pandemia: «È il femminile della Chiesa, con buona pace della misoginia che caparbiamente alligna tra clero, fedeli laici e atei devoti», sottolinea Garzonio.

E ora, dunque? Ora «si esige dai cristiani un sussulto di coraggio e di coerenza: essere testimoni, pronti a rendere ragione della speranza che è in noi», suggerendo il superamento della contraddizione tra le due polarità dell’emergenza (attraverso l’educazione permanente) e del «ribaltare il rapporto cittadino/istituzioni», dopo che «le clamorose e scandalose insufficienze della Lombardia nell’avvio della campagna vaccinale hanno messo a nudo una concezione che penalizza l’essere cittadino di questa Regione».

La forza della città fragile

L’introduzione al Rapporto, firmata dalla curatrice del volume Rosangela Lodigiani, prende le mosse dalla dichiarazione esplicita dell’obiettivo di questo Rapporto 2021: «Puntare lo sguardo su alcuni dei risvolti sociali ed economici, istituzionali ed urbanistici di questa transizione con l’ambizione di portare un contributo di idee per un nuovo modo di “essere e fare” città, per rigenerare i luoghi e i legami, le forme della partecipazione e della contribuzione al bene comune».

«Puntare l’attenzione primariamente sulla dimensione medico-sanitaria dell’emergenza Covid-19 – sottolinea la sociologa – è stato, ed è ancora, tanto necessario quanto riduttivo». La proposta è quindi di un inevitabile «approccio sindemico» che corrisponde alla natura, appunto, «sindemica» del Covid, le cui conseguenze risentono ovunque dell’«intreccio sinergico della componente sanitaria con fattori di carattere sociale, ambientale ed economico».

La curatrice del Rapporto esamina i dati: dal Recovery Fund, i cui aiuti «hanno raggiunto il 25% delle famiglie italiane», alla sostanziale tenuta del tessuto economico-sociale, per il quale i numeri non sono tuttavia confortanti: «I dati registrano il forte calo delle ore lavorate (e del reddito) per chi ha goduto comunque della cassa integrazione e ha mantenuto il posto, l’affanno dei lavoratori autonomi, delle piccole e piccolissime imprese, dei lavoratori atipici a cui non è stato rinnovato il contratto, l’impatto particolarmente severo sul terziario, specie nei comparti legati al turismo. Secondo le stime preliminari per il 2020, il numero di famiglie in povertà assoluta in Italia è cresciuto rispetto al 2019 dal 6,4% al 7,7% (+335mila) arrivando a coinvolgere oltre 2 milioni di nuclei, mentre sono saliti a 5,6 milioni gli individui nello stesso stato (dal 7,7% al 9,4%), coinvolgendo 1 milione in più di soggetti rispetto all’anno precedente (Istat, 2021b)».

In questo quadro, e in vista dell’orizzonte temporale del 2026 previsto dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), la curatrice del Rapporto sottolinea che Milano «ha tenuto e tiene, ma si è scoperta fragile».

E lo fa prendendo dapprima in esame il Fondo San Giuseppe creato dalla Diocesi («dal 22 marzo 2020 al 2 marzo 2021 hanno beneficiato del Fondo 2.454 persone, soprattutto adulti nelle fasce centrali di età… in larga misura cassintegrati/sospesi dal lavoro e persone con contratto a termine non rinnovato»), quindi esaminando da vicino i dati sulle conseguenze della pandemia a Milano dal punto di vista del comportamento della forza lavoro.

Lodigiani paventa il timore, già espresso nel 2019, che la ripresa non riduca, anzi amplifichi, le diseguaglianze economico-sociali, intrecciandosi con quelle di genere e di età.

Una possibile soluzione? Richiamandosi all’etimologia dell’antico nome di Milano, Mediolanum (“in mezzo alla pianura”), Lodigiani sostiene che «Milano ha oggi l’occasione di porre al centro del proprio modello di sviluppo la sua attitudine originaria a mediare e collegare, a mettere in relazione, a farsi luogo di incontro e condivisione; ha l’occasione di acquisire un nuovo protagonismo che si appelli non tanto al successo nei ranking internazionali, quanto al primato della cura dei legami: legami che accomunano e gettano ponti, che aprono all’accoglienza e sospingono l’integrazione, che sono segno di un’interdipendenza costitutiva tra territori, tra centro e periferie, tra popoli e culture, tra persone, ciascuna con la propria unicità e dignità. È questa infatti un’attitudine che si esprime sia in rapporto al territorio e alle vocazioni produttive, sia nella tessitura della trama sociale, economica e culturale della città».

E da qui alla cura, che costituisce il cuore del Rapporto 2021, il passo è breve. Perché, scrive la curatrice, «su questa nostra natura relazionale e sull’esperienza del limite, della mancanza, della dipendenza, si fonda l’etica della cura, che si fa carico della tutela delle relazioni». Quindi «necessita di informare il nostro agire sociale quanto le politiche pubbliche, perché è una questione di giustizia».

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