In primavera l’elezione del nuovo sindaco. Per il centrosinistra primarie il 6-7 febbraio con quattro nomi: Sala, Balzani, Majorino e Iannetta. Nel centrodestra non c’è ancora un’idea univoca. Già in pista Passera (Italia Unica) e Bedori (5 Stelle)

di Pino NARDI

Palazzo Marino

Si scaldano i motori in vista delle elezioni amministrative della primavera prossima. Al voto innanzitutto Milano, per scegliere il successore di Giuliano Pisapia, che ha deciso di non ricandidarsi per il secondo mandato.

Il centrosinistra ambrosiano ha già convocato le primarie che si terranno il 6 e 7 febbraio. I milanesi saranno chiamati a scegliere tra quattro candidati, come cinque anni fa. Giuseppe Sala, 57 anni, manager, fortemente appoggiato da Matteo Renzi, è stato il regista di Expo, considerato un successo per Milano; l’ala più a sinistra è rappresentata da Francesca Balzani, 49 anni, attuale vicesindaco della giunta Pisapia e Pierfrancesco Majorino, 41 anni, assessore uscente al Welfare. Quarto è l’outsider Antonio Iannetta, 41 anni, con esperienze nel terzo settore e nel vertice dell’Uisp (Unione italiana sport per tutti).

Dal fronte del centrodestra stanno fiorendo diverse candidature o autocandidature: da Paolo Del Debbio (57 anni), filosofo-conduttore del programma televisivo Quinta Colonna su Rete 4, al direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti (58 anni), fino a Riccardo De Corato, 64 anni, vicesindaco della Giunta Albertini e politico di lungo corso della destra milanese. Ma i giochi si chiuderanno quando sarà ufficiale il candidato del centrosinistra che uscirà vincente dalle primarie.

Già in pista Corrado Passera, 61 anni, banchiere e dirigente d’azienda, già ministro per lo Sviluppo economico, delle infrastrutture e dei trasporti nel governo Monti, con il suo movimento Italia Unica. Anche il Movimento 5 Stelle ha scelto la sua candidata: sarà Patrizia Bedori, 52 anni, attualmente disoccupata, grillina fin dalla fondazione del movimento nel 2009. Ma la sua candidatura sta però alimentando preoccupazione ai vertici del M5S e tra “padri nobili” come Dario Fo, che la considerano poco incisiva.

 

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