La straordinaria esperienza di mobilitazione popolare e di integrazione solidale in un volume edito dalle Paoline. Ne parliamo con una delle autrici, Flaviana Robbiati

di Silvio MENGOTTO

Sono passati due anni dallo sgombero della baraccopoli di via Rubattino, da dove le forze dell’ordine allontanarono oltre trecento rom, tra cui molti bambini che frequentavano la scuola dell’obbligo. Un’operazione che nel quartiere suscitò una reazione insospettata da parte di cittadini e maestre, mobilitatisi per aprire la porta delle loro case e dare ospitalità alle famiglie rom, che non avrebbero avuto alternative reali alla strada.

Da quella esperienza è nato il libro I Rom di via Rubattino. Una scuola di solidarietà (Libroteca Paoline), presentato oggi presso la Sala delle Colonne della Banca Popolare di Milano, in occasione della Giornata dei diritti dell’infanzia,con gli interventi di Maria Grazia Guida (vicesindaco di Milano), Giangiacomo Schiavi (vicedirettore del Corriere della sera), monsignor Gianni Zappa (Moderator Curiae della Diocesi), Corrado Mandreoli (Cgil), Garofita Durusan (tra gli sgomberati da via Rubattino), Bianca Zirulia e le mamme e le maestre del quartiere.

Il libro racconta «la straordinaria avventura di incontro, solidarietà, amicizia tra un quartiere di Milano e i rom, iniziata con l’iscrizione a scuola di 36 bambini da parte della Comunità di Sant’Egidio. La scuola si è rivelata così il primo luogo di un’integrazione, non facile, ma possibile». Curatrici del volume sono Elisa Giunipero, della Comunità di Sant’Egidio, e Flaviana Robbiati, da 35 anni maestra elementare nella scuola vicina a via Rubattino, che abbiamo intervistato.

Perché i milanesi dovrebbero conoscere questa storia?
Per noi Rubattino è stata l’esperienza di una città diversa, dove persone che non erano interessate a conoscere il credo o l’appartenenza politica degli altri si sono ritrovate unite dall’impossibilità di essere complici di ingiustizie gravissime con il loro silenzio. Persone che, davanti alla domanda «a chi tocca?», senza alcuna reticenza, hanno risposto «noi». Da questo è nato Rubattino, un modo di affrontare un brutto nodo di questa città e cercare di risolverlo a vari livelli: da quello politico a quello dell’assistenza nell’emergenza, dal lavoro culturale alla costruzione di relazioni che accorciassero distanze non giustificate. Rubattino non è solo un modello di integrazione possibile, è molto di più: un esempio di riappropriazione dell’essere cittadini e la conquista della consapevolezza della responsabilità che ciascuno ha, che se la voglia assumere o meno.

Via Rubattino ha aiutato a superare il muro del pregiudizio?
La chiave di tutto è stata proprio la vicinanza che ci ha permesso di accorgerci che l’etichetta “rom”, come quella di “italiano”, nasconde le persone e impedisce di vedere quanto siamo uguali nei desideri, nelle paure, nei bisogni, nelle intenzioni. Le differenze ci sono, ma non sono quelle che si immaginano, e non hanno niente a che vedere con il nomadismo, che tra i rom non esiste se non quando gli sgomberi lo provocano, né con la delinquenza. Quanto al furto di bambini, basta guardare le sentenze per capire che è una bugia raccontata ad arte, come tante altre, per coltivare paura, diffidenza e distanze, e sopra quelle magari costruire campagne politiche. Sicuramente anche un po’ di studio della storia di questo popolo farebbe bene, perché si scoprirebbero soprusi ed emarginazione inimmaginabili. Mi sono vergognata di appartenere a un Occidente che da secoli stigmatizza e perseguita non sulla base di colpe, ma dell’appartenenza a un popolo: essere rom è una “colpa” da scontare…

In via Rubattino, per la prima volta a Milano i cittadini hanno avuto una reazione positiva e propositiva nei confronti dei rom, in particolare verso i bambini che ancora oggi frequentano la scuola. Anche la Chiesa ambrosiana ha avvertito questo positivo mutamento. Un segnale importante e in controtendenza, interessante anche per l’attuale amministrazione comunale…
La reazione di Milano alle ingiustizie sui rom ha messo in luce un fatto importante: i milanesi sono stanchi di competizione, di aggressività, di sopraffazione, di parole gridate, di toni violenti, e hanno un grande desiderio di tornare a guardarsi reciprocamente da persone e non da rivali. C’è desiderio di rispetto dato e ricevuto, di cooperazione e solidarietà, di gentilezza e pacatezza, di partecipazione, c’è voglia di costruire insieme, non di demonizzare qualcuno caricandolo della responsabilità di tutti i mali della città. Su queste cose la Chiesa e Milano si sono trovate unite, perché l’etica laica non è così lontana dall’etica di chi crede, soprattutto in una città che ha sempre guardato poco alle etichette e più alla concretezza del ben operare. Se l’amministrazione comunale saprà valorizzare questo, Milano potrà essere fucina di idee e civiltà.

Questa esperienza ribadisce l’importanza della scolarizzazione dei bambini rom, via maestra per l’integrazione responsabile e positiva…
La nostra storia è nata e si è sviluppata intorno alla scuola. Tuttora i nostri progetti sostengono i percorsi scolastici perché non c’è riscatto e integrazione se non a partire dal possesso di strumenti culturali. Senza cultura non si può essere cittadini, non si conoscono diritti e doveri, si è tagliati fuori da una vita anche solo minimamente normale. Il futuro parte dalla scuola, questo l’hanno capito benissimo anche i genitori rom. Purtroppo gli sgomberi, che ancora ci preoccupano moltissimo, interrompono questi percorsi, la cui continuità dovrebbe essere garantita e difesa dalle istituzioni. Siamo ancora molto, molto lontani dalla difesa del diritto alla scuola per questi bambini. Trovo sempre strano e inaccettabile come la violazione dei diritti dei bambini faccia scandalizzare il mondo, a patto che non si tratti di bambini rom, non ancora considerati bambini a tutti gli effetti, con gli stessi diritti, ma anche con la stessa sensibilità, continuamente violata nel silenzio generale. Noi ci siamo opposti a questo silenzio e continueremo a farlo.

In questa esperienza ci sono storie o volti che ricorda particolarmente?
Scorrono i nomi, le faccine, gli episodi, i sorrisi, Marius ustionato, il disegno con scritto “maestra ti voglio bene”, la faccia di dolore di Alida che sa che domani sgombereranno lei e i suoi tre bambini, le malattie che devastano, la domanda «e adesso dove andiamo?» mentre la ruspa si avvicina e noi non abbiamo risposte. Rivedo Rodica, invecchiata e intristita da una vita di stenti, che rifiorisce, torna giovane e come una perfetta padrona di casa mi invita nel suo appartamentino a prendere un caffè. Rivedo Ana, mamma di 36 anni, sul letto mentre la vestono per l’ultima volta, che forse avrebbe avuto un altro destino se avesse potuto curarsi meglio. Penso a Maria che mi salta in braccio, alle feste con i sarmale e il pane rom e l’allegria nonostante tutto, risento il freddo di certe fogne dove i rom sono costretti a vivere, un freddo che ti entra nelle ossa e nel cervello… Rivedo quelle manine che non hanno mai tenuto in mano una matita e ce la mettono tutta, ma anche gli occhi orgogliosi di una cartella sulla spalle con i Power Rangers disegnati sopra. Vedo Costel, Robert, Sorin, Ioana, Alina, che tornano dal lavoro orgogliosi della dignità di chi può dimostrarsi bravo e può mantenere la propria famiglia, Valentin che sogna di poter accedere a un mutuo. Ma sono soprattutto i bambini e i loro sorrisi. Un album che è stata una fortuna poter costruire…

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