Il preside di un liceo di Milano “legge” l’interessante indagine sui doposcuola parrocchiali curata dalla Caritas Ambrosiana: «Da luogo di crescita e inclusione per tutti rischia di esasperare ancora di più le differenze»

di Innocente PESSINA
Preside Liceo classico Berchet di Milano

Innocente Pessina

La lettura dell’interessante indagine sui doposcuola parrocchiali curato dalla Caritas Ambrosiana è utile per tutti. Lo è particolarmente per le scuole perché provocatoriamente sono chiamate a rispondere a una ovvia domanda: «Perché i nostri studenti hanno bisogno di un supporto pomeridiano per raggiungere il successo formativo? Dunque, le scuole con il loro pubblicizzato Piano dell’Offerta Formativa (Pof) non bastano?». Stimolanti domande che ci costringono a fare qualche considerazione sul nostro operare.

Chiariamo subito che l’impegno di molte parrocchie, ben 267 nella nostra Diocesi, è meritorio e lodevole almeno per due buoni motivi. Da una parte offrono un concreto sostegno scolastico a molti studenti in difficoltà e dall’altra mettono a disposizione, al di fuori della famiglia, un significativo luogo educativo di crescita personale. Qui, si entra in relazione con altri coetanei e, molto spesso, si è inseriti in un più ampio e ricco progetto educativo. Per correttezza bisogna ricordare anche progetti importanti di aiuto scolastico, almeno sulla piazza milanese, come “Portofranco” e “L’amico Charly2. Entrambi offrono un contributo valido a risolvere insuccessi scolastici ed anche a superare fragilità adolescenziali.

Ritornando a noi, alle scuole, dobbiamo riconoscere che non sempre riusciamo ad accogliere adeguatamente tutti i nostri studenti e a prestare loro l’attenzione che meritano. È ben nota a tutti la famosa e severa metafora milaniana che paragonava le scuole degli anni sessanta «all’ospedale che cura i sani e respinge i malati». Si riferiva in particolare alle bocciature ed agli abbandoni scolastici. Vi pare che oggi sia molto diverso? A me non pare, anche se le bocciature, almeno nella scuola primaria e di primo grado, sono decisamente più rare.

Discorso a parte meritano gli abbandoni, che sono ancora troppi. Nelle scuole superiori uno studente su cinque non arriva al diploma. Se ne va, getta la spugna, sconfitto. La metafora di Lettera ad una professoressa dovrebbe allora essere adeguata e dire che le nostre scuole, forse non respingono più gli ammalati come prima, ma chiedono loro di continuare a curarsi fuori dalle loro mura. Molto spesso è l’insegnante stesso che, senza pudore, invita lo studente fragile ed in difficoltà a farsi seguire fuori. «Hai preso un votaccio, vuol dire che non studi abbastanza. Io questa parte del programma l’ho già rispiegata tre volte. Ora non ho più tempo, devo andare avanti per finire il programma… eccetera». Il Programma! Quante volte si dicono queste cose, senza sapere che il problema non è il programma non finito, ma lo studente che è rimasto indietro. Se al centro dell’attenzione è il programma è inevitabile che allo studente non rimanga altra strada che farsi seguire fuori scuola. Possibilmente da un insegnante esperto. A pagamento. Già, a pagamento: da 35 a 50 euro all’ora per le scuole superiori. Ecco dunque che, ancora una volta, si ricrea la differenza fra chi può e chi non può. Resa ancora più grave e stridente dall’attuale recessione economica.

La scuola che dovrebbe essere quel luogo di crescita e inclusione per tutti, attenta ai bisogni specifici di ognuno, rischia invece, in questo tempo di crisi, di esasperare ancora di più le differenze e di mettere in difficoltà proprio coloro che hanno nella scuola l’unica possibilità di avere un futuro migliore. Per questo sono entusiasta del lavoro che molti volontari offrono gratuitamente nei doposcuola parrocchiali e nelle varie associazioni. Lo sono ancora di più per i miei studenti più grandi che mettono a disposizione il loro tempo e le loro competenze per aiutare i più giovani compagni ginnasiali nei compiti pomeridiani.

Per chiudere permettetemi, ancora una volta, di rispolverare una citazione di Don Milani: «Chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti».

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