Un ex politico, un esponente del volontariato, il direttore della Caritas Ambrosiana e il responsabile del Servizio Giovani diocesano commentano i dati raccolti dell’Istituto Toniolo

Lino Lacagnina

Abbiamo interpellato quattro osservatori per commentare da quattro diversi punti di vista il rapporto tra giovani e volontariato così come è delineato dalla ricerca dell’Istituto Toniolo. Ecco le loro valutazioni.  

Bianchi: «Demotivazione crescente per la politica»

«I dati del Rapporto mi hanno sorpreso e mi hanno fatto venire in mente una ricerca di qualche anno fa sui boy-scout inglesi, nella quale i ragazzi intervistati evidenziavano una soddisfazione personale più forte di quella collettiva. Alcuni anni fa la Lombardia era considerata la culla del volontariato e probabilmente lo è ancora. Ma mettendo in relazione la ricerca inglese e quella dell’Istituto Toniolo mi sono fatto l’idea che, dopo aver messo al primo posto la soddisfazione personale, il passo successivo sia il disimpegno». Il commento arriva da Giovanni Bianchi, già presidente delle Acli e del Partito popolare italiano. «Leggendo questi dati non bisogna prendere le distanze o giudicare male i ragazzi. Le nostre società occidentali e le nuove generazioni sono attraversate da un narcisismo cresciuto rispetto all’altruismo delle generazioni precedenti. Questo mi sembra l’elemento su cui riflettere: è cambiata la società, sono cambiati i punti di riferimento e questi sono i risultati. Un’altra osservazione: stiamo parlando di giovani dai 18 ai 29 anni. La mia generazione, quella del secolo scorso, sentiva spesso dire che la politica era una cosa sporca. Oggi, più che sporca, è considerata inutile, perché non riesce a cambiare le cose, non aiuta, fa chiacchiere e promesse non mantenute. Quindi uno se ne tiene lontano. Se nel mondo del volontariato e dell’associazionismo in genere c’è demotivazione, ancora di più ce n’è nel mondo politico. Ma alla fine, se diminuisce il volontariato, diminuisce anche la politica. C’è un legame storico più evidente di quanto non si pensi tra i militanti politici di un tempo, scomparsi negli anni Ottanta, e il volontario nel mondo politico, in ambito cattolico e laico. Il militante aveva l’esigenza di vedere realizzato il proprio ideale, quello di cambiare la società, se non per sé almeno per i suoi nipoti. Il volontario chiede cambiamenti in tempi brevi, ma la discontinuità non gioca a suo favore».

Lacagnina: «Non un contenitore, ma un “mattone” su cui crescere»

«In realtà il trend degli ultimi anni per le organizzazioni di volontariato in provincia di Milano iscritte al registro nelle ricerche Ciessevi registra una crescita (+16%) dei giovani sotto i 30 anni, ma va fatta una corretta lettura con uno sguardo d’insieme su tutto il fenomeno», puntualizza Lino Lacagnina, presidente dei Centri di Servizio per il Volontariato (Ciessevi) della Lombardia dal 2006. «Gli ultimi dati ci dicono che è l’impegno volontario in generale, non legato a una particolare fascia d’età, che cambia. Diminuisce (-14,3%) chi fa attività “sistematica” in modo continuativo, ma aumenta (+19,6%) chi s’impegna saltuariamente. Va poi rilevato (vedi le indagini multiscopo Istat sugli aspetti della vita quotidiana) che i giovani rinunciano sempre meno all’esperienza del volontariato, in quanto sempre più ritengono per così dire di “assaggiarlo”, considerandolo come un mattone tanto per la propria crescita personale, quanto per il proprio curriculum professionale».

Per comprendere il rapporto tra giovani e volontariato, aggiunge Lacagnina, «si devono ribaltare i termini, cioè non considerare questo un “contenitore” con esigenze e bisogni da soddisfare a cui i giovani debbano adattarsi: in questo caso la domanda rischia di essere destinata a sopravanzare l’offerta. Il volontariato deve assumersi l’impegno di adeguare le proprie forme organizzative rispetto alla capacità di accoglienza delle giovani generazioni: dunque, una consapevolezza sul ruolo del “fare” volontariato che disegna scenari inediti, sui quali occorrerà avviare una riflessione». Ciessevi e Comune di Milano favoriscono poi l’incontro tra giovani e volontariato «tanto in contesti più formali quali i percorsi di Scuola-Volontariato», rileva Lacagnina «quanto nei luoghi di aggregazione giovanile, con il progetto “Giovani volontari, protagonisti di cambiamento” in partnership con diverse agenzie, dall’Ufficio Scolastico Territoriale agli Informagiovani».

Davanzo: «Abbiamo tirato su una generazione di egoisti»

«Leggo questi dati come la conseguenza per decenni della seminagione di uno spirito individualistico ed egoistico». È la prima reazione di don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, da sempre tra le più importanti realtà che impegnano volontari, ai risultati del Rapporto Giovani del Toniolo. «I giovani recepiscono più di tutti gli elementi di novità: in particolare una predicazione di paura verso l’immigrazione, di chiusura identitaria, di ripiegamento sul proprio interesse. Tutto questo si è legato a un clima di precarietà, di insicurezza sul futuro, sul lavoro, sulla possibilità di farsi una famiglia. Perciò produce questo risultato perverso, di un ripiegamento sul proprio tornaconto».

Una responsabilità che cade anche sulle istituzioni. «Il fatto stesso che è limitato l’impegno dello Stato a favorire esperienze significative di volontariato continuativo come il servizio civile (che ha sostituito l’obiezione di coscienza), alla lunga diventa un elemento culturale negativo – afferma Davanzo -. Ormai stanno diventando talmente pochi i giovani che possono accedere a questo tipo di esperienza che anche l’incidenza sulla cultura è bassissimo».

Non manca allora la preoccupazione espressa dal direttore Caritas: «Abbiamo tirato su una generazione di egoisti, di persone che non si sono mai poste di fronte alla possibilità di regalare qualche cosa di sé agli altri. Questi giovani si sono privati della possibilità di crescere guardando la vita con occhi diversi, non commerciali, che ti fanno percepire che è proprio il bene che tu fai ciò che ti fa star bene, che ti rende più contento di te. Una generazione dominata dalla logica commerciale saprà sempre meno vivere la gratuità e il dono, che sta alla base di ogni bella reazione di amicizia e di affetto».

Ma la Caritas non si tirerà indietro: «Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: offrire al mondo giovanile la possibilità di mettersi in gioco con esperienze di gratuità di qualità, dove i giovani non sono abbandonati a loro stessi; iniziative che abbiano il respiro del mondo. Lo faremo, non perché siamo alla ricerca di “forze lavoro” a costo zero, ma perché siamo convinti che questa sia la strada da percorrere se solo ci teniamo a un futuro del Paese che sia migliore del nostro passato».

Tremolada: «Ma l’impegno in parrocchia non è volontariato?»

È perplesso don Maurizio Tremolada, responsabile del Servizio giovani diocesano, alla lettura dei dati del Rapporto dell’Istituto Toniolo. «Noi abbiamo avuto riscontri diversi, almeno qui in Lombardia» spiega. «Secondo un’indagine promossa dagli Oratori delle diocesi lombarde, più del 30% delle persone che fanno parte di questi gruppi hanno avuto un’esperienza in movimenti, associazioni e gruppi di volontariato». Poi don Tremolada si pone una domanda: «Un’attività come quella degli educatori in parrocchia, quanto viene considerata esperienza di volontariato come le altre? Eppure lo è…». Don Maurizio allora prova a chiedersi da che cosa può derivare quel dato del 64,7% di giovani che non hanno mai fatto volontariato: «Forse la crisi da un lato può aprire al volontariato, e dall’altro invece chiudere» afferma. «Certo, noi riscontriamo il contrario. La crisi fa vedere con occhi diversi le persone che hanno bisogno». In ogno modo Tremolada ammette che «i ragazzi fanno fatica a entrare in gruppi stabili. Anche il volontariato, perciò, ne risente. Magari l’esperienza si prova, ma poi non si continua». Inoltre c’è un aspetto spesso e volentieri trascurato: «Noi riscontriamo spessissimo come il volontariato per i ragazzi sia una occasione di evangelizzazione, di scoperta o riscoperta della Buona notizia». Quanto alla politica, infine, il dato non stupisce: «La disaffezione, la lontananza, la sfiducia nella classe politica da parte delle giovani generazioni è un fatto più che acclarato». Le ragioni vanno ricercate «nella congiuntura italiana, che fa emergere gli aspetti della malapolitica e dell’ingiustizia, molto percepiti dai giovani». Il loro approccio, per di più, «non è diretto, ma spesso passa per il sociale».

 

Commenti raccolti da Veronica Todaro, Loris Cantarelli, Pino Nardi e Francesca Lozito

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