Giornalista, 46 anni, originaria del Lecchese, cresciuta in oratorio, Savini un giorno scopre di avere un tumore al seno. Nel suo romanzo il racconto del coraggio di una donna di guardare al futuro con decisione nonostante tutto. E sconfiggere il male.

di Vittore De Carli

Anna Savini

Ci sono persone troppo sensibili che non riescono ad avvicinarsi alla malattia senza lasciarsi travolgere e quindi si ritengono incapaci di affrontarla. Anna Savini, 46 anni, era una di quelle persone. Per ripararsi dalle sventure con le quali aveva ogni giorno a che fare nel suo mestiere di giornalista, evitava di fare prevenzione. E per compensare le brutte notizie di cui scriveva, guardava il mondo patinato di attrici e modelle sognando di fare la vita delle sue amiche immaginarie. Poi un giorno la scoperta di un tumore al seno l’ha scaraventata nell’unico mondo che avrebbe voluto evitare. E quel giorno Anna ha deciso che avrebbe pubblicato il romanzo che sognava di scrivere da quando aveva 14 anni. Non un libro triste, sulla malattia, perché lei i libri così non li leggeva. Ma un libro sulla vita che ti mette davanti proprio quello che non vuoi e ti costringe a cambiare pelle, perché all’improvviso le cose che facevi prima ti sembrano di colpo bellissime, già solo perché sei lontano dall’ospedale.

Il suo libro, Buone ragioni per restare in vita (Mondadori, 293 pagine, euro 18,50), sta per compiere un anno ed è stato celebrato con una processione ininterrotta di recensioni entusiastiche. La critica l’ha subito definito «un capolavoro di dolore e leggerezza», ma ha anche sancito «la nascita di un nuovo genere letterario, perché usa un linguaggio veloce, incalzante e asciutto come quello dei social associato a un tema serissimo come il tumore al seno».

Buone ragioni per restare in vita è un libro che, paradossalmente, fa sorridere se non addirittura ridere di colpo i lettori, perché Savini, raccontando le sue avventure in ospedale, riesce ad avere una comicità innata. Per questo è stata definita la nuova Kinsella, per questo e per la sua mania di comperare scarpe come metodo per sfogarsi e per riprendersi dai traumi. Il libro è diviso in a.C e in d.C che stanno per ante Chemio e post Chemio, che già rende bene l’origine dell’autrice, cresciuta in oratorio in un piccolo paese della provincia di Lecco (Bulciago). Un imprinting che si nota anche nelle pagine della chemio dove comunque gli effetti collaterali vengono raccontati in maniera cinematografica come se fosse un film. Il romanzo stesso sembra un film e infatti sono riuscite a leggerlo anche persone che non leggevano libri da anni. Mentre in molti hanno detto all’autrice che non riuscivano a staccarsi per arrivare alla fine salvo poi dispiacersi per non avere subito un altro suo libro da leggere.

«Il paradosso è stato che, proprio io che non sono per niente coraggiosa, ho finito per aiutare molte donne – racconta Anna -. Il fatto che io sia riuscita a superare tutte le cure ha dato forza a chi si è trovata nella stessa situazione». Ma le donne con lo stesso problema sono state solo le prime a leggere Buone ragioni per restare in vita. A sorpresa è stato un libro letto anche da molti uomini, ma soprattutto da adolescenti. Addirittura è stato adottato come libro di narrativa nella seconda A delle scuole medie di Fagnano Olona dalla professoressa di italiano Beatrice Zerini.

«È una cosa che mi riempie di orgoglio – commenta Savini -. La professoressa ha valutato che fosse il libro perfetto per spiegare ai ragazzi l’autostima e il valore della vita, su come tutti noi siamo capaci di reagire agli ostacoli della vita che non è tutta e sempre meravigliosa come si vede su Instagram. E i ragazzi quando sono andata in classe mi hanno sommerso di domande. Sono stati meravigliosi».

Ed è proprio considerando questa chiave (imparare a realizzare i propri sogni anziché sentirsi sminuiti guardando gli altri che realizzano i loro) che altre scuole stanno valutando di adottare il libro a loro volta. Un libro che, per la legge del contrappasso, insegna anche ad andare d’accordo con le mamme e soprattutto a non lasciarsi travolgere dal dolore per i defunti amori come quello che campeggia, con la sua assenza, in tutta la storia.

Della malattia, paradossalmente, nel testo si parla pochissimo, forse solo nelle reazioni alla notizia all’inizio. Si parla invece tanto della zia Elena, come una seconda mamma per Anna, e delle gemelle, figlie di sua sorella. «Quando mi hanno detto cosa mi aspettava ho chiesto solo due cose: se potevo andare avanti a lavorare e se potevo curare le gemelle. Sono riuscita a fare entrambe le cose. Per questo dico sempre: se ce l’ho fatta io a resistere, ce la possono fare tutti. Mentre vorrei davvero che questo libro arrivasse così lontano che un giorno, leggendolo, qualcuno dirà: ma questo tumore cos’era?».

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