Da una parte la massimizzazione dei profitti, dall'altra l'aumento della disoccupazione: monsignor Delpini ne ha parlato alla sede lombarda del sindacato, dove ha affrontato anche i temi della salute, della sicurezza sul lavoro e dell'immigrazione

di Annamaria BRACCINI

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Il lavoro, soprattutto quello che non c’è, la povertà e la disoccupazione che portano a non curare la salute, l’immigrazione, il dramma degli incidenti sul lavoro e la piaga dell’evasione fiscale. Sono stati tanti i temi affrontati, presso la sede milanese della Uil – l’Unione Italiana del Lavoro -, dall’Arcivescovo in dialogo, per l’occasione, con Danilo Margaritella, segretario generale Uil Milano e Lombardia, e Ciro Capuano segretario regionale. «Questo è un ambiente che visito volentieri», osserva subito l’Arcivescovo di fronte alle persone, tutte interne al sindacato, che partecipano all’incontro che ha come filo conduttore alcune parole-chiave.

Si parte – e non potrebbe essere altrimenti – da lavoro e disoccupazione. «La mia impressione è che aumentino le diseguaglianze, c’è gente che lavora come non mai, c’è una parte di Milano che corre troppo e che ha fin troppi profitti, e altre parti in cui la disoccupazione è drammatica. Questo è un problema sistemico e occorre interpretare la situazione perché la complessità del lavoro non si ferma alla sola disoccupazione. Bisogna entrare nel merito delle singole questioni, per proporre cammini costruttivi anche perché siamo in un momento in cui il concetto stesso di lavoro evolve e ci troviamo di fronte a problemi inediti. Il sindacato deve chiedersi che speranze offriamo ai giovani, alle donne, a chi non ha qualifiche promettenti per il lavoro e a chi invece, avendole, va all’estero».

Si prosegue con la povertà, che porta problemi anche per la salute, perché non si va dal medico e non si ricorre a cure. «Si tratta della cosiddetta sanità interrotta – sottolinea Capuano -. Noi lavoriamo, invece, sulla sanità di prossimità, universalistica, portandola nelle case delle persone più svantaggiate come gli anziani. In questo percorso vorremmo avere la collaborazione della Chiesa, sperando che la politica lombarda ci ascolti in modo più incisivo».

«La comunità cristiana – nota l’Arcivescovo – è sempre in sintonia con la preoccupazione inerente ai temi della salute, strettamente collegati, spesso, a quello della solitudine particolarmente drammatico in città come Milano. Dobbiamo chiedere alla politica di creare condizioni che favoriscano l’incontro, tuttavia non dobbiamo solo aspettare che altri intervengano, ma si deve promuovere l’intraprendenza dei cittadini. In questo, ci sentiamo alleati con la grande presenza capillare della rete di solidarietà nelle parrocchie». 

Poi, il tema dell’immigrazione: «Occorre lavorare a due livelli, il primo è relativo all’emergenza – e per questo la città e la Lombardia sono attrezzate, per esempio, con la distribuzione di pacchi viveri, le mense e le strutture di accoglienza -, ma il secondo è avere una visione della società e della Milano che viviamo oggi. Possiamo trovare un campo comune ovvio, che è quello della città solidale e inclusiva, con parole giuste come assistenza, inclusione, ma la Chiesa intende interrogarsi più profondamente, chiedendosi in che modo chi è immigrato si situa dentro la società. Noi pensiamo che la Chiesa di Milano è una Chiesa dalle genti, in cui tutti possono dire: “Questa è la mia Chiesa”. La sfida vera è qui, c’è un’emergenza che chiede assistenza e c’è un cammino di cambiamento per arrivare a essere la Chiesa di tutti, la città di tutti».

E, ancora, la sicurezza sul lavoro, nell’anno in cui la Uil ha intrapreso la campagna “Zero morti sul lavoro” e nella regione che, purtroppo, è in testa alla triste classifica di chi ha perso la vita lavorando. «Serve una cultura sulla sicurezza, che deve partire dalla scuola, dalle aziende e anche dai lavoratori, servono sanzioni, formazione, controlli, ma soprattutto una regia complessiva», dice Margaritella cui risponde l’Arcivescovo: «Questo è un dramma. La Chiesa ha un compito formativo per promuovere una cultura del ruolo sociale delle aziende. Si tratta di avere una lettura umanistica del lavoro e delle sue condizioni, al di là dei dati tecnici. Per gli incidenti spesso è questione di superficialità, quindi l’aspetto culturale della prevenzione degli infortuni è il tema su cui insistere: si deve educare all’attenzione su quello che si fa. Non esisterà mai un’organizzazione che possa prescindere dall’attenzione gli verso gli altri».

In conclusione, la questione dell’evasione fiscale – la Uil è stata antesignana dell’insistenza sul tema fin dagli anni ‘70 – che, nel Paese, arriva ai 120 miliardi: «Il tema del fisco e del contributo dei cittadini ai servizi che lo Stato offre è un principio irrinunciabile, perché la ricchezza sia condivisa e non solo finalizzata a fini personali e familiari. L’evasione fiscale è un peccato contro la legge di Dio e non solo ciò che la legge umana deve sanzionare. Tante organizzazioni criminali invadono la vita dei Paesi e del mondo, con denari e guadagni illeciti. L’evasione fiscale sia in forma minuta, sia in quella di grandi dimensioni e, peggio, chi irride alle regole della convivenza curandosi solo del proprio profitto, è gravissima.

Infine prendono la parola due lavoratori. Il primo della Henkel di Lomazzo – 80 lavoratori interni più altrettanti nell’indotto in crisi per la delocalizzazione e non per i profitti – racconta: «Nonostante il blocco dei licenziamenti, sostanzialmente siamo chiusi dal 30 giugno, anche se non in perdita. Siamo considerati dei numeri, non esiste una legislazione che regoli le delocalizzazioni». Il secondo è della Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto, dal 3 luglio chiusa senza alcun preavviso e da allora, con 152 lavoratori in assemblea permanente davanti allo stabilimento. «Siamo trattati senza dignità: la chiusura ci è stata comunicata da un’ora all’altra con un messaggio digitale. La proprietà non vuole alternative, non accetta interlocutori anche perché ci sarebbe la possibilità di imprenditori interessati a portare avanti lo stabilimento. Aiutateci». Chiarissime le parole dell’Arcivescovo: «Solidarietà, sconcerto e senso di impotenza è quello che proviamo di fronte a un profitto massimizzato senza alcuna attenzione per chi ha prodotto questo stesso profitto».

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