È la denuncia di Nando dalla Chiesa, mentre l’Agenzia Nazionale per i beni confiscati rende noti gli ultimi dati: in Lombardia sono 251 le aziende sottratte al controllo delle cosche

di Cristina CONTI

Nando dalla Chiesa

Sono 251 le aziende confiscate alle mafie in via definitiva in Lombardia, su un totale italiano di 2.292. Pesano l’11% del totale italiano, facendo della nostra la quarta regione nella classifica nazionale, dopo Sicilia (33%), Campania (23) e Calabria (12) e prima di Lazio (8) e Puglia (7). Sono i dati che emergono da un’indagine dell’Agenzia Nazionale per i beni confiscati.

L’obiettivo della confisca e del sequestro dei beni è quello di restituire alla collettività ciò che il crimine le ha sottratto. Un modo per contrastare l’economia illegale e per riutilizzare a fini sociali i beni coinvolti. «Legalità e sicurezza sono alla base di un’economia di imprese sane – commenta Massimo Ferlini, membro della Giunta della Camera di Commercio di Milano -. Conoscere le dimensioni e le caratteristiche del fenomeno criminale è uno strumento utile per combattere l’illegalità che rappresenta oggi un costo significativo per l’economia e limita la crescita e la competitività delle imprese del nostro territorio».

Paura di denunciare, difficoltà a continuare il lavoro, lentezza burocratica. Queste le difficoltà principali che incontrano le imprese che vogliono dire basta all’illegalità. E la Camera di Commercio mette loro a disposizione lo sportello RiEmergo per sostenerle nel processo di denuncia e affrancamento. «La Lombardia è più in ritardo rispetto ad altre regioni sull’assegnazione dei beni confiscati – spiega Nando dalla Chiesa, sociologo dell’Università di Milano -. E spesso chi riceve un bene di questo tipo non è consapevole dell’origine, mentre dovrebbe farsi carico anche eticamente di azioni di contrasto e di conoscenza della diffusione delle mafie».

Alberghi, ristorazione, attività immobiliari, servizi pubblici e alle imprese, attività finanziarie. In Lombardia l’economia mafiosa è andata a infiltrarsi e a investire in settori che non sono propri della sua tradizione, ma che rappresentano il punto di forza del sistema produttivo settentrionale. Mentre nella tipologia delle aziende confiscate rientrano anche Spa e rami aziendali per mascherare la partecipazione mafiosa in attività apparentemente legali. «Siamo in presenza di una pressione sul sistema dell’accoglienza a livello medio alto – conclude dalla Chiesa -. Le mafie cominciano a entrare anche nei servizi sociali e alla persona».

 

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