L’associazione con sede nella parrocchia milanese di San Simpliciano coinvolge ragazzi provenienti da contesti di fragilità e seguiti dalla cooperativa La Strada in “missioni” d’aiuto verso le popolazioni della Bosnia-Erzegovina: da soggetti assistiti diventano così protagonisti di attenzioni verso persone più deboli di loro

di Claudio URBANO

Centro Emmaus Srebrenica

Più di 2500 chilometri stretti su un pullmino per portare aiuti ad alcuni tra i più poveri della Bosnia-Erzegovina, ma anche un viaggio per rimettere al centro se stessi. È questa la proposta che da qualche anno i volontari dell’associazione “In Vetta”, con sede nella parrocchia di San Simpliciano a Milano, lanciano ad alcuni ragazzi seguiti dalla cooperativa La Strada, in zona Corvetto.

L’ultimo viaggio si è concluso a metà luglio: alcuni giovanissimi che durante l’anno, per il particolare contesto di fragilità da cui provengono, sono seguiti quasi a tempo pieno dagli educatori (non solo nello studio, ma anche nella crescita psicologica e relazionale), per qualche giorno hanno avuto la possibilità di vivere un’esperienza nuova: non più destinatari dell’attenzione dei propri educatori, ma anch’essi in prima linea nell’aiutare alcune tra le persone più deboli, conoscendo le storie e le realtà di altre “periferie”.

Il viaggio è un tour attraverso alcune realtà di assistenza presenti in Bosnia, fino all’ultima tappa di Medjugorie, dove si incontrano giovani e meno giovani che qui, nelle comunità di recupero, stanno ritrovando la propria serenità dopo esperienze di alcol e droga. Si inizia nella città di Livno, scaricando i primi scatoloni di aiuti destinati alle Suore del Bambin Gesù, per poi arrivare a Gromiljak, dove altri aiuti vengono portati al locale ospedale psichiatrico. «Una struttura non fatiscente, ma certamente non al livello di quelle italiane», nota Riccardo Bella, uno dei volontari di In Vetta.

Poi la mèta più significativa a livello storico, Srebrenica, luogo del massacro di oltre 8000 musulmani bosniaci da parte delle truppe serbo-bosniache nel 1995. A Sarajevo il contatto con una delle realtà che i ragazzi hanno potuto probabilmente paragonare alle nostre periferie. Qui, insieme all’associazione caritativa Sprofondo – fondata da don Renzo Scapolo nel 1991, subito dopo lo scoppio del conflitto jugoslavo – l’aiuto è stato portato agli anziani di alcuni edifici popolari, molti dei quali, per mancanza dell’ascensore, non escono di casa proprio dall’inizio della guerra.

Quindi la tappa finale a Medjugorie, dove l’attenzione è stata catturata dalle storie di vita di chi è ospitato presso il Cenacolo, la comunità di recupero fondata da suor Elvira Pedrozzi. «È stato il momento in cui mi sono emozionata – riflette una quindicenne che ha partecipato al viaggio -, perché un ragazzo ci ha raccontato la sua vicenda, molto triste e difficile da condividere. E anch’io mi sono raccontata, ho parlato dei miei problemi». Storie di sofferenza e di riscatto, attraverso le quali i giovani di In Vetta possono rileggere anche il proprio percorso di ripartenza, spesso da difficoltà sociali o familiari. «Mi sono divertita a scaricare, collaboravamo tutti quanti. Ridevamo, ma intanto lavoravamo, scaricavamo i furgoni. Per una volta aiutavamo noi gli altri, invece che essere noi aiutati dagli operatori».

Non mancano spunti di riflessione spirituale, in un dialogo spontaneo con adulti e operatori che coinvolge anche chi non vive già una propria esperienza di fede. Lo scoglio per i giovanissimi sono i Rosari che scandiscono il viaggio verso Medjugorie, mentre a far scattare le domande – «che smentiscono la superficialità con cui spesso vengono dipinti i giovani», osserva Bella – è la serenità dei religiosi che operano in questi contesti difficili. «Cerchiamo di rendere facilmente fruibili esperienze che altrimenti, per molti ragazzi, sarebbero complicate», spiega Bella parlando delle attività di In Vetta. Camminate, corsi di arrampicata, altre «attività formative, ma non bacchettone», dove i ragazzi diventano protagonisti.

 

 

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