Imprenditore e membro di Confcommercio Milano, analizza l’emergenza Coronavirus con le sue implicazioni sociali ed economiche e osserva: «Nella comunità cinese un forte senso di responsabilità»

di Claudio URBANO

Francesco Wu
Francesco Wu

In pochi giorni sono passati dall’essere guardati con sospetto, subendo anche alcuni episodi di discriminazione, a essere tra i primi ad aver manifestato la propria solidarietà agli italiani, a loro volta colpiti dal Coronavirus e dalla psicosi arrivata coi primi casi di malattia nel nostro Paese.

A farsi portavoce della comunità cinese in Italia in diverse occasioni in questi giorni è stato Francesco Wu, imprenditore della ristorazione cresciuto a Legnano, che pochi giorni fa a Milano ha promosso la “Notte delle bacchette” a sostegno di tutta la ristorazione cinese, e poi, ai primi casi di contagio in Italia, su Instagram ho postato un selfie con una ragazza e il commento: «Io non ho paura dell’amica italiana». «Inizialmente si è cercato forse in modo un po’ ingenuo l’untore o il “paziente zero” cinese – osserva – per poi scoprire che il focolaio era a Codogno, fino all’ultima ipotesi che a portare il virus sia stato un cittadino tedesco. Chiaramente non si può accettare la discriminazione, ma si può capire la paura e ci dispiace per la situazione in Italia».

Ora la maggior parte delle attività commerciali gestite dai cinesi ha comunque chiuso, colpita dal crollo della clientela: «Siamo in perdita tutti i giorni e tenere aperto sarebbe un ulteriore costo». Per questo Wu, rappresentante degli imprenditori stranieri in Confcommercio Milano, ribadisce le richieste dell’associazione di attuare subito il congelamento dei mutui e dei tributi, e di estendere la cassa integrazione anche alle imprese più piccole. «Altrimenti rischiamo davvero di chiudere», avverte.

In questo momento a consigliare la massima prudenza c’è però anche il senso di responsabilità, «che nella comunità cinese è molto forte – sottolinea Wu -. Per questo stiamo attenti a non creare neanche indirettamente occasioni che possano favorire situazioni di contagio. Poi guardiamo anche a come è stata affrontata in modo energico l’emergenza in Cina, una linea che ora sta funzionando. Ci sentiamo un po’ in mezzo alle due realtà, perché ci rendiamo conto che l’Italia, per ragioni economiche, ma anche culturali, non può permettersi di fare come ha fatto la Cina: probabilmente dire alla gente di non uscire di casa non è fattibile».

Come affrontare però i prossimi giorni? «È meglio adottare misure drastiche ora per poi poter ripartire», risponde Wu, che allarga la riflessione: «Certo non potrà fermarsi tutto il mondo, non si può sottovalutare il rischio di una crisi dell’economia. Se questa situazione continua dovremo comunque metterci il cuore in pace, dire una preghiera e andare avanti; dovremo farci coraggio e attraversare il fiume. Ora, pur con molti sacrifici, è giusto fermarci. Ma poi saremo costretti a reagire».

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