Parla il direttore di Caritas Ambrosiana don Davanzo: «Inaccettabile la decisione della Giunta lombarda di limitare i benefici solo alle donne italiane e a quelle straniere presenti da almeno cinque anni. La vita è da difendere, specie quella non ancora nata. A prescindere dalla nazionalità e dal certificato di residenza di quel grembo. A fare paura è la propensione alla generazione degli immigrati»

di don Roberto DAVANZO
Direttore Caritas Ambrosiana

Palazzo Lombardia

La decisione della Giunta regionale di modificare i criteri di assegnazione del sostegno a favore delle donne in attesa di un figlio non può non inquietarci. Come ormai è di dominio pubblico, l’intento è di limitare i benefici del cosiddetto “fondo Nasko” solo alle donne italiane e a quelle straniere che siano presenti in Lombardia da almeno cinque anni.

Come a dire che il valore della vita di un bambino dipenderà – nella nostra regione – in qualche modo anche dalla nazionalità della sua mamma o da questioni anagrafiche che contano assai meno di una vita umana.

Ben conosciamo la situazione di limitatezza delle risorse economiche in questa stagione di crisi e la necessità di stabilire criteri per distribuirle in modo efficace. Non possiamo però negare che quelli della nazionalità e della residenza rischiano di essere criteri particolarmente odiosi, quasi che la vita vada difesa a partire dal passaporto e da un certificato di residenza, quasi che ci possano essere persone di serie A da tutelare, e persone meno significative, a perdere. Pare qui che il criterio di scelta per il sostegno della vita nascente sia più quello della maggiore fragilità, del grado più alto di debolezza della famiglia del nascituro. Uno dei motivi che inducono le donne ad abortire è proprio la grave precarietà e l’insicurezza che deriva da condizioni di ristrettezza economica.

Ma oltre all’inaccettabile discriminazione, vien da pensare che ci sia anche una grave paura alla base di questo calcolo inaccettabile: quella di alcuni lombardi residenti qui da più anni, con tassi di natalità bassissimi, timorosi nel mettere al mondo figli, che provano spavento di fronte a famiglie immigrate che, malgrado il loro stato di disagio, credono ancora nel valore della generazione, del mettere al mondo figli.

Un coraggio che disturba alcuni. E allora si intende ostacolare questo atteggiamento vitale degli immigrati, chiudendo gli occhi – tra l’altro – sui benefici che sta offrendo proprio sul piano demografico ed economico.

In questi anni sono stati diversi i Comuni lombardi che hanno tentato di mettere i bastoni tra le ruote alla forza generativa delle famiglie straniere. Regolarmente poi condannati dalla giustizia italiana a fare passi indietro tanto umilianti quanto costosi. L’ultima “invenzione” ha però un sapore più amaro, dal momento che va a discriminare la vita nascente, indifesa per definizione e ancor più per la debolezza di chi l’ha concepita. Difendere la vita, specie la vita più debole, quella non ancora nata, è tema imprescindibile per i cristiani e per la Chiesa. A prescindere dalla nazionalità e dal certificato di residenza di quel grembo.

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