Aprirà in piazza Bettini 5 ed è lo sviluppo del laboratorio di panificazione già attivo da tempo all’interno dell’istituto nell’ambito del progetto «Buoni dentro»

di Claudio URBANO

Panificio_Beccaria

«Non assumiamo persone per produrre pane, produciamo pane per creare occupazione». È racchiusa in questo slogan la filosofia del laboratorio di panificazione del Carcere minorile Beccaria, come a dire che lo scopo non è tanto la vendita, quanto il recupero dei giovani detenuti attraverso un’attività formativa a tutto tondo come può essere quella di un vero lavoro. Tra pochi giorni, però, il pane i ragazzi del Beccaria lo produrranno proprio in un negozio, un panificio che aprirà in piazza Bettini 5, in zona Bisceglie, a pochi passi dall’istituto penale.

È il naturale sviluppo del progetto «Buoni dentro» voluto dalla direttrice del carcere Olimpia Monda e da Claudio Nizzetto, della fondazione Eris. Partito grazie al supporto di Enaip (l’ente di formazione professionale delle Acli) e dell’Associazione Panificatori di Milano, il laboratorio interno al carcere è ormai una realtà. I prodotti sono consumati direttamente all’istituto Beccaria, sono venduti all’esterno presso la Cascina Nibai, parte della Cooperativa sociale agricola Fraternità a Cernusco sul naviglio, e fino alla vigilia di Natale si possono comprare anche al Temporary bakery shop in via Solferino 48 a Milano (aperto dalle 9 alle 15).

Il negozio che aprirà a gennaio segue la stessa esigenza di mettere in contatto il carcere col mondo esterno. «Portiamo il pane dove ci sono persone – chiarisce Nizzetto, facendo eco alle parole del presidente del Tribunale dei minori Mario Zevola durante il convegno organizzato lunedì scorso al Beccaria per lancare l’iniziativa -. Solo se la comunità offre concrete possibilità di integrazione e opportunità per sviluppare le capacità personali si potranno avere occasioni di recupero dei detenuti».

Nel nuovo negozio saranno impiegati due ragazzi, mentre il laboratorio interno al Beccaria ne forma altri due, per un periodo di circa sei mesi. «Sono numeri poco significativi se si guarda alla quantità, non se si considera la qualità del lavoro svolto – sottolinea Nizzetto -. È un’esperienza attraverso cui i ragazzi possono riscoprire la passione per un mestiere e vivere nuove relazioni: tutti “appigli” che saranno utili nella loro vita futura. Abbiamo deciso di puntare a una vera esperienza lavorativa anche perché, con un percorso formativo tradizionale, spesso non si riesce a riaccendere l’interesse dei giovani. Ricevere le consegne da un superiore, gestire gli ordini dei clienti e la cassa, magari per chi è in carcere per aver commesso dei furti, è invece un’esperienza di vita vera». Una sorta di shock positivo che permette ai ragazzi di ricostruire la propria personalità.

Una testimonianza diretta arriva dalla riflessione di John, giovane detenuto passato ormai a San Vittore, che con altri coetanei, fin dalla permanenza al Beccaria, ha frequentato un laboratorio di «orientamento al lavoro», guidato dallo stesso Nizzetto. «Molti di noi sono i cosiddetti recidivi – ammette John -, ma un cambiamento è possibile quando ti accorgi di essere ancora valorizzato. Se si ricreano relazioni di fiducia e la speranza di qualcosa di bello per il futuro, allora di fronte a una nuova opportunità non ce la lasciamo scappare».

«È un modello di giustizia che passa attraverso il ricucire i rapporti con la comunità piuttosto che il mettere sulla bilancia le colpe» spiega ancora Nizzetto, che per i ragazzi del Beccaria preferisce la definizione di «giovani dalla biografia difficile» a quella esatta, ma forse riduttiva, di detenuti. Consapevole che, come tutti i loro coetanei, una volta scontata la pena dovranno anch’essi affrontare tutte le sfide del mondo del lavoro, e degli adulti.

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