L’Arcivescovo ha proposto, presso l’Università “Carlo Cattaneo”- Liuc, una sua riflessione su “L’economia, il lavoro, la giustizia sociale”. «L’Università è un luogo adatto per ragionare su modelli alternativi di sviluppo dell’economia e della società»

di Annamaria Braccini

Liuc

“Trova il futuro che ti cerca”. Il motto dell’Università “Carlo Cattaneo”- Liuc di Castellanza, nella quale l’Arcivescovo giunge per la seconda volta, potrebbe essere una sorta di cifra simbolica per l’ampia riflessione che viene proposta, dal vescovo Mario, a imprenditori, docenti e studenti, riuniti nell’area della Business School dell’Ateneo. Un futuro fatto, evidentemente, non solo di competenze da maturare nello studio universitario e di auspicabili opportunità lavorative, ma da costruire intorno a precisi valori etici e morali.

Accanto all’Arcivescovo, al Tavolo dei relatori, siedono il neo eletto presidente della Liuc, Riccardo Comerio, il rettore Federico Vìsconti e il cappellano, don Omar Cappelli, che introduce la serata a cui partecipano, tra gli altri, il sindaco della città, Mirella Cerini, il vicario episcopale di Zona, monsignor Luca Raimondi, i responsabili della Pastorale universitaria della Diocesi, don Marco Cianci, e del Servizio per la Pastorale sociale e il Lavoro, don Walter Magnoni.   

Prendendo brevemente la parola, il presidente Comerio, ricorda i 150 anni dalla morte di Carlo Cattaneo e ringrazia l’ospite per il dialogo «avviato in modo trasversale e laico tra le Istituzioni».

Spiega il Pastore ambrosiano: «Il Vescovo ha qualcosa di dire sui temi dell’economia, del lavoro e della giustizia. Qualcosa che è legato al mondo valoriale e ai motivi ispiratori del mondo della Chiesa che si rifà alla Bibbia – con il suo linguaggio sapienziale che, comunque, serve per leggere il mondo contemporaneo – e al Magistero». In specifico, quello di papa Francesco che, nell’Enciclica promulgata nel 2015, “Laudato si’”, ha indicato la categoria dell’ecologia integrale, «riguardante il mondo in cui viviamo, ma anche il rapporto dell’uomo con l’ambiente e con gli altri». Per questo, proprio l’Enciclica può essere assunta per affrontare la categoria generica di “crisi” attraverso quella che l’Arcivescovo definisce «una diagnosi profetica della situazione». Ovvio che le prime domande da porsi, in tale diagnosi, «siano relative al dove stiamo andando e quale sia il fine ultimo dello studio dell’economia e dell’organizzazione del lavoro». Fine che non può essere solo il denaro perché, come  

dice Gesù, non si possono servire due padroni. «È, quindi, legittimo che ogni imprenditore, insegnante e studente, si ponga la questione di chi vuole servire, se il vero Dio o il dio denaro, perché, talvolta, è come se ci fossero due tipi di dei: uno della domenica e dei giorni festivi e l’altro per i giorni dal lunedì al venerdì».

Il pericolo, naturalmente, è «che il profitto diventi una sorta di assoluto illusorio, creato dalla stoltezza di un uomo che perde il senso delle proporzioni».

«Introducendo una simile visione materiale della vita, si induce all’indifferenza verso gli altri e al povero o, peggio, alla paura. È un’idea che porta alla spersonalizzazione degli individui che divengono funzionali all’unico scopo che è il profitto. Così, il lavoro non è per uomo, ma il contrario; le persone diventano un mezzo e il sistema di potere che se ne genera – denunciato dai Profeti nella Scrittura, basti pensare all’immagine del “marchio della bestia” narrata nel Libro dell’Apocalisse -, crea l’assoluto dell’ideologia».

Ma come affrontare, allora, percorsi alternativi, mettendo in discussione un sistema rispetto al quale, oggi, non si può più tollerare l’esagerata forbice economica tra ricchi e poveri e le diseguaglianze nell’uso e nell’accesso alle risorse? «La diagnosi profetica permette di dire che così non si può più andare avanti e che occorre riformare il sistema, non perché siamo dei rivoluzionari, ma perché abbiamo a cuore una considerazione complessiva dell’umanità».

In questo contesto, «l’Università è il luogo adatto per sfidare l’intelligenza, immaginando vie di resistenza al sistema e il suo rinnovamento».

Il riferimento del Vescovo è all’“Ora et Labora” del monachesimo benedettino medioevale che ha edificato un modello economico e un mondo parallelo. «Tuttavia – nota ancora l’Arcivescovo – accanto a questa reazione radicale, ci può essere, nel presente, l’attenzione per il capitale umano praticata da imprenditori illuminati che sentono la responsabilità. Tale cura, che è stata una caratteristica di molte imprese di un territorio come questo, è coerente con la Dottrina sociale della Chiesa che, ponendo al centro la persona, non può essere una teoria astratta».

Da qui, una prima conclusione: «Il lavoro va visto non come bene assoluto, ma vissuto come bene sociale: una linea interessante, ma ora troppo disattesa, considerando lo sfruttamento, in tempo di crisi, di alcuni lavoratori con turni non praticabili da gente che ha famiglia, ad esempio».

Un altro aspetto viene proposto «come elemento di fiducia», contro una certa rassegnazione che si respira attualmente. Il pensiero va all’interesse per l’ecologia e la salvaguardia del Creato, specie nei giovani. «Ritengo che la sensibilità ecologica sia un frutto interessante della possibilità che l’opinione pubblica ha di influenzare il capitale. È possibile creare una rivoluzione culturale – ciò si può fare bene in un’Università – propiziando la diffusione di una mentalità per il bene della casa comune, suggerendo stili di vita alternativi al consumismo, alla cultura dello scarto, all’idolatria del profitto, al consumo dell’immediato».

E, ancora: «Oggi si assiste a una sorta di relativizzazione nella trasmissione dei valori, sembrando che siano i genitori a dover imparare dai figli». Di fronte a ciò, occorre accettare la sfida educativa ed essere chiari nell’indicare l’irrinunciabile compito della politica che è la cura per il bene comune e per la convivenza solidale. La politica deve orientare e incoraggiare l’investimento sui quei valori che rendono desiderabile il vivere insieme», sottolinea l’Arcivescovo, per il quale «il discredito di cui gode la politica è un grave pericolo».

«In un luogo accademico come questo, mi sembra particolarmente importante riflettere sulla gestione delle risorse, sul bene comune come bene irrinunciabile e sulla politica come funzionale al bene comune. In questo momento, alla vigilia delle elezioni europee, la politica non può essere solo una pur necessaria e meritoria scelta amministrativa locale, ma deve porsi come orizzonte nei confronti dell’idea di un’Unione europea che possa essere una forma internazionale significativa e una visione della difesa della cultura. Questa mi pare una condizione per guardare al presente e al futuro della società, del Paese, dell’Europa e dell’intero pianeta, come responsabilità da esercitare e non soltanto come spettacolo desolante di cui lamentarsi».  

Infine, le conclusioni del rettore Visconti che evoca l’universalità cui si richiama la parola Università ed evidenzia il ringraziamento per le «parole d’ordine» pronunciate dall’Arcivescovo che hanno guidato l’incontro: crisi, diagnosi e proposte, idolatria nel meccanismo di impresa cui contrapporre un finalismo circolare tra produzione e ricadute sociali ed economiche. Una responsabilità, per il Rettore, fortemente sentita dall’Ateneo con le attività che si mettono in campo, stando accanto agli studenti, cercando di gestire la “filiera lunga” che va dalla scuola al posto di lavoro, tanto che la Liuc, l’anno scorso, ha pubblicato il volume “Scuola, Università e impresa: ripensare le opportunità educative”, frutto di una ricerca in questo senso.

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